TUTTI I NOSTRI POGROM

15 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Pubblicato su Sardegna 24 del 15 dicembre 2011

Il pogrom di Torino e la strage di senegalesi a Firenze sono fatti che smentiscono il luogo comune “Italiani brava gente”. Italiani, invece, gente cattivissima. Nelle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità in pochi hanno rifatto i conti con i lati oscuri della nostra costruzione nazionale. E ricordato alcune cose scomode. Il nostro Stato nasce in disprezzo alla diversità, e in un delirio identitario. Da subito, adotta una legge sulla cittadinanza che impedisce a chiunque non abbia sangue paterno italiano nelle vene di diventare italiano. Su questa base, sviluppa una retorica maschia e misogina, in cui le donne sono madri, il maschio combattente, e il suo corpo sacro. In nessun altro paese esiste un culto dei cadaveri dei soldati così esteso. Nelle colonie, adotta un regime di Apartheid, e non esita a massacrare le popolazioni native e a sradicarle dalle loro culture. In Italia, si oppone al riconoscimento dei gruppi linguistici alloglotti, compresi i Sardi, sino a arrivare al pogrom di Trieste del 13 luglio 1920, in cui il centro culturale sloveno venne attaccato dalle squadracce fasciste e i suoi occupanti scaraventati giù dalle finestre, e uccisi.
Solo in Italia è stato possibile il lombrosismo, una teoria criminologica che associava le forme craniche alle tendenze “delinquenti”, nel plauso generale. La teoria morì, ma non la passione per stigmatizzare minoranze, diversi e poveri, che rimane uno dei principali mali di questa costruzione nazionale artificiale. Un allievo di Lombroso, Alfredo Niceforo, pubblicò nel 1897 un libro dal titolo La delinquenza in Sardegna. Quelle ricerche individuavano un’intera popolazione, fra la Barbagia e le montagne sulcitane, predisposta “naturalmente” alla devianza per ragioni di misure craniche, definite una “razza delinquente”, “maledetta” e “non-ariana”, “negroide” (l’autore, morto nel 1953, diventò anche presidente dell’Istat). Nel plauso dei “progressisti” di allora, fra cui Grazia Deledda (come messo in evidenza in Grazia Deledda’s Dance of Modernity della Heyer-Caput), già allora alla ricerca di presunti “limiti strutturali” o “caratteriali” dei Sardi da estirpare, e di fondamenti scientifici o presunti tali per i loro pregiudizi antipopolari.
E’ la base della retorica della “modernizzazione” e dello “sviluppo” novecentista, che fa figli e figliastri. Sandra Harding, la storica losangelina degli studi postcoloniali, nel suo Science from Below, nota che la modernizzazione nelle aree sviluppate è temporale, evolutiva, o si riferisce all’emergere di istituzioni sociali differenziate, della secolarizzazione, della separazione fra le sfere pubblica e privata. Non si oppone al vecchio ma lo vuole migliorare. Invece, per quanto riguarda il c.d. Terzo Mondo, o aree come la Sardegna, ia modernità è intesa come modernizzazione di società “sottosviluppate”, e intende cambiarne l’essenza, sradicarle, a iniziare da uno stato di negazione del loro valore. Ovvero, ha natura ontologica e non è tanto contrapposta al premoderno quanto al tradizionale.
Il disprezzo per l’espressione di una propria diversità o originalità è un solido fondamento su cui sorge l’odio per lo straniero. Theodor Adorno, il grande sociologo e filosofo sociale tedesco, sintetizzò genialmente questo processo malefico, quando scrisse che, tale è lo sforzo fatto dai piccolo borghesi per adottare lo stile di vita dei ceti privilegiati, da generare un odio totale per gli atteggiamenti non conformi o per ogni diversità rispetto al perbenismo. Iniziare ad accettare le proprie diversità, in un Paese così complesso come il nostro, può essere una buona scuola per accettare anche lo straniero, e il migrante, perché mette in crisi fin dalla radice il conformismo.
In Italia, questo sentimento è invece così radicato che il ventennio berlusconiano non ha fatto altro che rafforzarlo, alimentandosene a sua volta, senza apportare molto di nuovo. Il razzismo è stato praticato in modo legale non solo durante il fascismo, ma anche nella precedente epoca “liberale”, e risale ai primi atti della costruzione nazionale artificiale. Da questo humus profondo arrivano atti mostruosi di violenza verso gli stranieri e i diversi, come quelli di Torino e di Firenze. Dal mai porsi il problema di accettare la diversità, di diventare un paese in cui l’accettazione, il rispetto e i diritti delle minoranze entrino nelle pratiche correnti.
Viene da dire, con Corrado Guzzanti: abbiamo avuto fascismo, berlusconismo, e tante altre vie italiane a non si capisce che cosa. E se provassimo con la democrazia normale?

INVIDIA E CONFORMISMO

11 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Apparso su Sardegna 24 del 10 dicembre 2011 con il titolo “Ma è un vizio planetario”

 

Come le mezze stagioni che non ci sono più, così l’invidia viene associata a un preteso “carattere dei sardi” anche nell’occasione del trasferimento a Rovereto della ex direttrice del MAN (cui faccio i miei auguri).
Diceva Dio attraverso Mosé: non desiderare la roba e la donna d’altri (comandamento poi sdoppiato nel cattolicesimo per poter eliminare dalla lista quello che proibisce di costruire simulacri da venerare): e infatti niente è più diffuso dell’invidia, e tutte le culture e tutte le religioni la condannano. L’invidia, ci insegnano i classici, è un sentimento che disciplina, razionalizza, organizza l’opposizione alla disuguaglianza nelle società egualitarie. Essa è presente ovunque. Molti studi sono stati fatti in Russia, in Giappone, delle società aborigene australiane, e perfino nel Midwest canadese e statunitense.
Illuderci che l’invidia sia un elemento del carattere sardo significa attribuire alla sardità anche il fatto di avere due mani, o la calvizie. Sono tratti eminentemente umani, che in Sardegna esistono, come altrove, ma certo in forme proprie. Per tornare a Mosé, a me questa eccessiva lettura dell’invidia come tratto della sardità mi ricorda la costruzione degli idoli con mano umana, e la loro venerazione. Mi ricorda gli dei falsi e bugiardi.
Ciò che invece a me colpisce è la reazione a quello che in Sardegna si chiama invidia. Cioè il fatto che, qualsiasi critica si riceva, o che si sospetti circoli, essa si attribuisca all’invidia. Più che l’invidia, è il terrore di essere invidiati che mi sembra inquietante. Essa sorge dalla paura di assumere in pubblico atteggiamenti, linguaggi, modi di essere che possano essere criticati, forse per invidia, ma che in ogni caso ci fanno indicare dagli altri come “non conformi”. Anche questo atteggiamento ha le sue ragioni, dovute più che alla sardità ai trascorsi controriformistici, alla presenza dell’Inquisizione e alla paura che ci è rimasta addosso dalle gradi repressioni ricevute in quella fase durata centocinquant’anni, poi (in Sardegna), dalla repressione dei moti angioyani (di cui si calcolano 3.000 morti), e dal più recente fascismo (che non ha ucciso però ha introdotto una microfisica del controllo e del conformismo che pesa ancora oggi). Il coraggio di affrontare a viso aperto, con le proprie idee, le proprie ricchezze, il proprio successo e la propria vera faccia le relazioni con gli altri è tipico delle società democratiche di lunga data, che non a caso si sono inventate meccanismi di compenso della disuguaglianza. E’ un aspetto della democrazia che in Italia e in Sardegna, luoghi in cui la democrazia è debole e recente, faticano a imporsi, così come fatica a imporsi l’accettazione delle diversità. Il problema non è l’invidia, ma la paura dei privilegiati o di chi ha atteggiamenti considerati diversi o minoritari di non avere nessuna vergogna, di proporsi per quello che si è, di non ricercare conformisticamente l’approvazione degli altri ad ogni costo.
Esistono anche per queste situazioni delle risorse di tatto e di <CF2>savoir faire</CF> inventate altrove. Ad esempio, quando si riceve una critica, si risponde spesso, in altre culture, ringraziando per l’osservazione e rispondendo nel merito. Si tratta di meccanismi che disinnescano il veleno delle invidie e delle critiche, riportandole per terra. Cioè si reagisce all’invidia con la trasparenza e l’apertura. Però è ipocrita vivere in una società diseguale e sperare che chi ha meno sia pure contento. E’ veramente parte di quell’orrendo meccanismo che gli americani chiamano, sempre loro, blaming the victim, dare le colpe alle vittime. Sproloquiare contro l’invidia mi sembra un brutto segno di conformismo delle nostre élite privilegiate.

Le radici di SEL non sono tutte sane

15 Luglio 2011 Commenti chiusi

Fa impressione il voto di SEL a favore delle norme clientelari e condonistiche del centro destra sui precari, dai chiari accenti demagogici. La posizione del PD è così riassunta dal capogruppo Mario Bruno su facebook: “Il Pd ha cercato attraverso un emendamento (condiviso da Idv e Pdci) di dire basta alla stabilizzazione dei precari ogni pochi mesi, mentre si prosegue ad assumere precari e personale da agenzie di lavoro interinale. Una spirale che non di interrompe mai. Basta essere amici di qualcuno…! Noi abbiamo ribadito nell’emendamento una regola per mettere fine. Stabilizzare chi rientra in quella regola e basta. Abbiamo voluto ribadire che nella pubblica amministrazione si entra per concorso. La maggioranza di destra e sel hanno invece presentato un emendamento congiunto…e in nome della salvaguardia dei posti di lavoro hanno fatto passare tutto e il contrario di tutto. Noi abbiamo detto di no, pur rendendoci conto che alcune situazioni hanno diritto alla stabilizzazione e le avremmo ricomprese nell’emendamento generale. Insomma, vogliamo affermare che e’ giusto vi siano parità di condizioni d’accesso per entrare nella pubblica amministrazione, evitando la logica delle raccomandazioni. Occorre volgere lo sguardo a tutti i cittadini, a tutti i disoccupati. Soprattutto, il rammarico e’ che su questi temi così delicati sel abbia votato con la destra. Naturalmente, cercheremo di chiarirci, anche se le posizioni di merito sul tema restano distanti.

Tutti noi abbiamo apprezzato Vendola, abbiamo votato Massimo Zedda. Personalmente, non amo troppo l’uso disinvolto che in SEL si fa di simboli, colori del passato e appartenenze esibite più che vissute, né amo troppo la chiara assenza nelle sue rappresentanze dei ceti produttivi e un certo fighettismo. Ma, in fondo, SEL condivide questa sorte con tutta la sinistra. Sono ormai partiti della classe media, caratterizzati tutti da ansia di distinzione sociale, da subalternità verso i valori borghesi, da un pedagogismo fuori luogo, da fighettismo da centro commerciale e dall’assenza delle classi popolari e produttive, che purtroppo votano a destra e che è più facile incontrare magari fra gli indipendentisti che nelle riunioni dei compagni e delle compagne, come cerimoniosamente e pomposamente di chiamano. Basta vedere le rappresentanze di SEL in Consiglio comunale e in Giunta, molto borghesi e comme il faut.

Massimo Zedda, in una clip in due parti tratta da un’intervista televisiva esprime la sua nostalgia per un partito in cui ci siano “migliaia di persone che discutono”. Posizione che condivido completamente, ma che in SEL non si realizza. In realtà così ridotte, alla fine i piccoli gruppi (che esistono anche nei grandi partiti ma sono di più ed è più facile aggirarli) riescono più agevolmente a prendere il controllo dei partiti. In SEL, esiste un piccolo gruppo molto potente, che a diverse riprese ha gestito l’Assessorato regionale al Lavoro senza produrre moltissimo, se non politiche fallimentari per il lavoro in Sardegna ma utilissime per rafforzare un gruppo di potere ugualmente distribuito fra Assessorato, Università e Enti vari. E’ un gruppo che non è SEL, ma che dentro SEL è potente e che è riuscito a tradursi anche in questa nuova fase politica.

Con i limiti che ha il PD, e che io non ho mai sottovalutato, e che considero gravi e per certi versi pericolosi, in questo momento appare ancora una volta come l’unico spazio possibile di vita democratica che abbiamo a disposizione, rispetto a queste sette politiche che, alla fin fine, sono solo mascherature di clientele più o meno progressiste, più o meno reazionarie, ma tutte fondate su alleanze di amighixeddus, rigorosamente macho.

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L’opposizione di Biolchini al Master and Back e quel che ci dice della mentalità biolchiniana e castosaura in genere

Vito Biolchini ha pubblicato un commento fantastico sul Master and Back, di quelle cose che i castosauri e i loro supporter non osano mai dire ma che dentro di se pensano. Si tratta di un documento unico sulla mentalità dominante all’interno della sinistra cagliaritana e sarda, quella che ha disfatto Soru, che sorride a Maninchedda e a Fantola, quella che comanda a sinistra insomma. Ecco il mio commento che non so se pubblicherà mai:
L’ingenuo commento di Biolchini contiene nella sua brutalità l’essenza del conservatorismo presente in Sardegna (e l’essenza dell’opposizione all’esperienza di governo di Soru). Non un passo indietro: è questo lo slogan dei gruppi che si sono formati all’ombra dei “grandi” locali (in genere figure professionalmente marginali) di fronte all’esigenza di confrontarsi con professionalità al livello europeo. E’ uno slogan che unisce le trascurabili élite sarde terrorizzate dal confronto. Noi non cederemo mai – dicono, pensano – all’idea che in Sardegna si comanda perché si è sviluppato un network locale, spesso a forti connotazioni familistiche, che ci garantisce carriere, considerazione, qualche briciola dei soldi che vi transitano. Questi network vanno protetti soprattutto da una loro eccessiva estensione verso elementi non controllabili. I membri di questi network si fanno rappresentanti del “progresso” in Sardegna, assumendo verso i Sardi un’attitudine pedagogisticheggiante, e garantendosi il monopolio della rappresentanza in loco della cultura alta, che loro imitano e alla cui evoluzione non partecipano minimamente.
Questi gruppi sono il contrario dell’innovazione e, se la Sardegna vuole uscire dalla sua condizione di arretratezza, prima o poi dovremmo liberarcene in qualche modo, magari facendo rete fra chi si è formato all’estero perché qui non ha trovato nessuna apertura all’interno del sistema familistico-clientelare che domina ovunque. Il problema non sono i ragazzi del Master and Back, ma le élite locali drammaticamente inadeguate, ignoranti, provinciali. La situazione si fa rivoluzionaria e io spero di tutto cuore che le élite sarde, incapaci di ibridarsi con le nuove competenze e terrorizzate dal confronto, paghino per il male che stanno compiendo alla Sardegna e, a questo punto, che vengano completamente sostituite e cacciate dai luoghi in cui comandano senza nessuna autorità e competenza.

E’ ridicolo individuare nel Master and Back la causa di un movimento profondo che tende a modificare le élite in Sardegna. Io stesso ho fatto un Master and Back prima che esistesse, ovunque è pieno di sardi che studiano e creano competenze per se stessi, in avversione ai circuiti tradizionali di riproduzione delle élite per via familistica, di appartenenza politica, ecc. Il Master and back, per fortuna, per una volta, ha sostenuto una tendenza profonda della nostra società che non è la Sardegna immobile e condannata all’arretratezza che traspare dalle parole di Biolchini.

Al commento postato mi viene da aggiungere che proprio qui viene fuori il carattere reazionario e conservatore di tanta sinistra (?) sarda, che si coniuga con il disprezzo per la cultura sarda, e con un cinismo originato in un’autostereotipizzazione che non dà scampo neanche a se stessi, per cui, come scrive nel suo commento Biolchini, “la Sardegna non sarà mai Terra promessa”, chissà perché.

Totu càmbiat

  • Massi su SìndiguImprevista caduta del berlusconismo. Qualcuno avvisi politologi e sondaggisti, please. Il tonfo del sistema di potere berlusconiano non poteva essere più imponente: nelle dimensioni, nell’atmosfera di liberazione che ha generato in noi e di scoramento in loro, nelle posizioni di potere che ha fatto svanire (si pensi al Comune di Milano e al suo ruolo di collettore di fondi per quel sistema rappresentato dalla faccenda dell’Expo) e che la sinistra si è trovata inaspettatamente fra le mani, spesso impreparata. Quello che è stato valutato poco è il fatto che nessuno abbia previsto l’evento, e chi ora dice di averlo previsto, semplicemente millanta. Il giornalismo, gli opinionisti, i soloni vari, i politologi, gli editorialisti, gli istituti di sondaggi hanno manifestato quello che valgono. Non è un caso che le scienze sociali italiane non siano tradotte in altre lingue. Il loro valore purtroppo è ZERO SPACCATO, il loro orizzonte la tautologia, le loro fonti, nella migliore delle ipotesi, i dati ISTAT costruiti per amministrare, non certo per conoscere, e peraltro maneggiati in modo pedestre. Se, invece che vendersi/svendersi al tg di turno o ad altri committenti si mettessero a studiare la società sul serio (magari uscendo ogni tanto dall’Italia), con creatività e impegno, forse sarebbero in grado di parlare senza imbottirci di false certezze, ma ponendo domande sensate sulla vita sociale e politica.
  • Frantumata l’ipotesi del terzo polo. Un altro aspetto imbarazzante e non abbastanza apprezzato nei commenti è stata la seconda sconfitta di Fini e del Partito gattopardista detto “Terzo polo”, che tanto piace al castosaurame vario e alle marionette dell’estabishment, da Montezemolo alla Marcegaglia, che ha fatto i titoli dei quotidiani italiani per mesi, senza che a questo agitarsi corrispondesse poi qualcosa di sostanziale. Il bipolarismo ha retto e anzi, attraverso il radicamento delle primarie nelle aspettative comuni e al suo successo nel portare alla vittoria la sinistra, si è ulteriormente rafforzato tanto da cominciare ad apparire una cosa normale su cui non discutere più. A mio parere questo non vuol dire tanto che Fini abbia sbagliato, quanto che i processi sono altri, rispetto alla semplice proposta politica, e che occorra sempre curarne l’articolazione. Bisogna uscire dal palazzo e mettersi in discussione. Sicuramente vuol dire che i media non riescono più a fare l’agenda politica dei cittadini, che hanno ripreso un ruolo più attivo come non si vedeva da anni.
  • La svalutazione di Massimo Zedda e le crisi dell’assertismo novecentesco de is bècius. Mai dal 1795-96. Ho già scritto su Massimo Zedda e anche sul mio personale cambiamento di opinione su di lui (Il corpo di Massi). Nel giudizio di sufficienza che circolava intorno alla sua candidatura, soprattutto prima delle primarie, si esprimeva il pregiudizio della cultura politica tradizionale verso non tanto chi le è estraneo per formazione (Zedda è, paradossalmente, molto più incluso nella cultura politica tradizionale di quanto non lo fosse Soru all’inizio), quanto verso chi osa sfidare i percorsi canonici delle carriere che si compiono al suo interno. Qui, Zedda at sciusciau totu, riuscendo a catalizzare un movimento, un’onda militante, che è stato il vero punto di passaggio di questo processo (su cui tornerò). Non ha inteso cacciare i castosauri, ma li ha nei fatti messi ai margini incastonandoli in un nuovo allineamento meno governabile da loro. Zedda ha assemblato i castosauri e i giovani di SEL, i dissidenti di area PD e i nuovi giovani dirigenti, originariamente nominati in quota ai capi-bastone. Le sue capacità politiche si sono rivelate dopo la sua vittoria (inaspettata) alle primarie. Battuto Cabras, Zedda è “sparito” per qualche settimana, sollevando alcune proteste sul suo immobilismo, ma lavorando sotto-traccia per rafforzare la rete di alleati su cui ha fondato la sua vittoria, in questo analoga a quella di Pisapia a Milano. In una prova di ingegneria politica eterogenea, ha privilegiato la costruzione di cointeressenza fra appartenenti a mondi diversi della politica, ed ha saputo tenerli assieme (come avevo consigliato di fare dopo la nostra sconfitta alle regionali del 2009 sul sito di Sardegna democratica, in due articoli diversi). In questo, ha dato minore importanza alla semplice comunicazione pubblica e alla rappresentazione di se stesso, cosa di cui probabilmente la gente è arcistufa. Anche perché le personalità iconiche e risolvibili in caratteri facilmente individuabili (e altrettanto facilmente stigmatizzabili) sono sempre meno in linea con la pluralità delle identità personali, la fine delle identità legate a un lavoro, ecc. Ha reso abbastanza desueti tutti i piagnistei sulla mancanza di un “nostro” giornale e di “nostri” mezzi di comunicazione.  Anche perché poi ha vinto contro l’Ugnone, senza l’Ugnone, a prescindere dall’Ugnone, nonostante i colpi bassi che ha ricevuto. In questo passaggio politico tutti gli essenzialismi e i meccanicismi degli sciu-totu-deu si sono infranti: dalla certezza che Cagliari o l’Italia siano “di destra” al “ruolo dei media e dell’informazione”, all’importanza della comunicazione e della pubblicità. E’ bastato un movimento, e tante cose sembrano improvvisamente piene di polvere, antigas, come diciamo noi. Il risultato è stato storico. Era dal 1795-1796, dalla sconfitta del movimento angioyano e della Sarda Rivoluzione, che il dominio de ìs de nosu, de is meris e delle deghe o dòighi famìlias (ki “s’ant partidu sa Sardigna”, ricorda l’Innu de su patriotu sardu) non era stato più messo in discussione a Cagliari. E’ vero che c’è stato qualche sindaco di sinistra, però all’interno di inciuci o giunte consorziate in cui i rappresentanti del partito dominante non solo erano presenti, ma dettavano la linea. Insomma i gruppi di potere e gli interessi de is meris nessuno si è mai sognato di toccarli, a Cagliari, magari in nome dell’interesse generale. Cagliari è sempre stato uno strumento perfetto per dominare la Sardegna, un luogo dove è ancora oggi possibile ammirare i palazzi di podatari (gli amministratori locali dei feudi) e magari vedere i loro discendenti sempre ben piazzati nella mediazione con i poteri esterni che si mangiano la Sardegna, in cambio di qualche briciola e dell’ammirazione dei gonzi locali. Strumento perfetto proprio perché i podatari e poi le varie camarille hanno usato parte delle risorse, materiali e simboliche, lucrate nella mediazione con l’esterno per corromperne la plebe, intimidire le competenze, e nobilitare la mediocrità, il familismo e il nepotismo come unico canale di promozione sociale.
  • PD primo partito ma con poche preferenze. Il popolo continua a credere nel PD malgrado i castosauri (anche grazie alla fiducia in Soru?) Per il PD queste elezioni sono state una grande vittoria inaspettata, anche perché tutte le sue anime (per fortuna molte) possono dire, di dritto o di traverso, apu bintu deu puru. Sempre in difficoltà a ritrovare leader riconoscibili al di fuori dei suoi iperritualisti e polverosi giri interni, il PD offre ai cittadini l’unico strumento laico di partecipazione politica, uno strumento che per fortuna non corrisponde a un’identità, per cui ci rende tutti liberi di aderire ad esso per una parte di noi, magari non la stessa per ciascuno di noi. Questa è la forza di questo partito, in Sardegna l’unica forza politica democratica vera, l’unica forza in cui sia possibile sviluppare posizioni diverse, l’unica forza che non corrisponda a una clientela o a una piccola setta, anche se magari può contenerne qualcuna al suo interno. Ma ne rende particolarmente faticosa la gestione e la creazione di consenso al suo esterno. Osservando i dati delle elezioni comunali, a naso da subito ho notato un paio di cose. La prima, e mi sbagliavo solo parzialmente, è stata la sorpresa per il basso risultato di SEL (che alla fine si è stabilizzato sul 7%, un risultato comunque non troppo brillante se si considera un simile successo storico del candidato sindaco espresso dalle proprie fila). La seconda, invece, si è confermata, e riguarda lo scarto fra voti espressi per le liste e voti distribuiti ai singoli candidati, che mi è sembrato un po’ diverso nel caso del PD e in quello degli altri partiti. Così, in una serata in cui avevo tempo, mi sono fatto qualche conticino e, partendo dai dati disponibili sul sito del Comune di Cagliari, ho sviluppato le mie elaborazioni, unicamente legate al rapporto percentuale fra i due valori (in ordine crescente, la percentuale delle preferenze sui voti di lista, che vanno dal 22,3% di Fortza Paris al 96,5% dell’UDS):
Percentuale di voti di preferenza per voti di lista espressi alle elezioni amministrative cagliaritane del 2011

Percentuale di voti di preferenza per voti di lista espressi alle elezioni amministrative cagliaritane del 2011. Mie elaborazioni su dati del Comune di Cagliari

  • E’ chiaro che l’assenza dei voti di preferenza può voler dire cose diverse. Ad esempio (ipotizzo) che la lista abbia poco appeal verso gli elettori attratti dal valore astratto della proposta politica (è il caso del grillismo che appare un fenomeno con una grande testa urlante e piccoli candidati poco identificabili). Oppure che il partito abbia lavorato poco nel mobilitare e nel contattare il proprio elettorato, con cui magari ha poco contatti. Per converso, i partiti che ricevono molte preferenze per i propri candidati possono essere vere e proprie clientele organizzate (mi sembra il caso di tanti partitini e partitoni di centrodestra) oppure che lavorino soprattutto a mobilitare i propri, sviluppando appartenenza, ma senza grande appeal per i cittadini normali, per cui la politica è una cosa fra le tante della vita, e spesso è una cosa secondaria. Il PD si situa nella parte alta della tabella, fra le Liste che hanno attratto molti voti dati al solo Partito, insomma all’idea astratta del partito più che ai suoi candidati in carne e ossa, assieme ad altre liste attrattive di voti astratti, come soprattutto Cinquestelle (il 70% è voto alla sola lista) e Sardigna Natzione (che però ha preso pochissimi voti). Il PD ha raccolto quasi cinquemila voti dati solamente alla lista, il 30% . Questo può voler dire cose diverse, o anche opposte, può voler dire cioè che il Partito (come ho detto) è l’unico strumento democratico e laico disponibile per il cittadino che non ha necessariamente il Che tatuato sul bicipite sinistro, che non si ricorda bene chi fossero Berlinguer né Aldo Moro, ma desidera la fine del berlusconismo e di vivere in un Paese civile. Però può voler dire che la lista del PD non era molto rappresentativa del suo elettorato multiforme. E in effetti stupisce che abbia candidati che prendono meno di 20 voti, e in alcuni casi addirittura uno o due voti solamente, come avviene solamente nelle liste che hanno preso pochi voti. Una dozzina di candidati sono stati scelti male, e la mia speranza è che non siano stati scelti male apposta.
  • L’ondata militante e l’imitazione reciproca. Caratteri della crescita di SEL. SEL ha vinto queste elezioni, anche se non capisco bene chi, all’interno di SEL, le abbia veramente vinte. A mio parere le ha vinte perché intorno a SEL, e grazie al gruppo di militanti della Fabbrica di Nichi, fra cui alcuni provengono dal medesimo gruppo dell’Associazione “Pasolini”, come lo stesso Zedda, altri dall’esperienza dei Volontari per Soru, e altri ancora da nessuna esperienza politica, sono riusciti a lanciare una forma di mobilitazione creativa, coinvolgente, efficace, che ha sparigliato i giochi della campagna elettorale, creato coscienza politica in tanti giovani, e provocato un effetto di apprendimento della politica di massa, rivolto anche a politici di soliti più avvezzi ai giochi di corridoio che ai flash-mob. Hanno inoltre contagiato e provocato effetti imitativi anche oltre i confini di SEL. Per questo hanno vinto, sono loro i protagonisti e meritano di gioire. Ma se hanno ottenuto risultati, posizioni, influenza, e credito verso coloro che hanno spedito in Comune, dall’analisi del rapporto fra preferenze e voti di lista hanno sviluppato meno appeal del PD sul voto non collegato all’appartenenza, e credo che questo aspetto dovrebbe far riflettere chi, fra di loro, mi sembra ancora troppo legato a miti novecenteschi già di per se nefasti nel secolo scorso e del tutto inadatti a rappresentare la vita e le aspirazioni di chi vive nel XXI secolo.
  • Indipendentisti rovinano e nel medesimo giorno trionfano, ma in un referendum.  Le liste in qualche modo riconducibili al sardismo e all’indipendentismo hanno assommato 7536 voti, cioè un mezzo PD, ma incontestabilmente queste elezioni (come quasi tutte) dimostrano l’insussistenza della proposta politica indipendentista e sardista, la loro incapacità di incidere sul gioco politico e la loro stessa immaturità. Pochi seggi, e nessuno per le liste “pure e dure”, nessuna capacità di mobilitazione, nessun dialogo con i cittadini normali e con i movimenti giovanili. Infatti, hanno continuato a volere investire (in modo italianissimo) ognuno nella propria setta o nella propria clientela (esistono anche forme ibride delle due fattispecie) e a rivolgersi ancora ai loro idoli (come la stessa idea superstiziosa che, una volta proclamata la Repùbrica de Sardigna, tutte le relazioni di potere che rendono la Sardegna serva svaniscano come per incanto) e ai vari Deus Bìddiu, diverso per ogni conventicola. E la loro sorte è ancora più paradossale poiché si è sviluppata nello stesso identico giorno in cui l’azione politica indipendentista raggiungeva uno dei successi politici più importanti degli ultimi anni, cioè il plebiscito antinucleare espresso in un referendum consultivo regionale al quale partecipava il 60% del corpo elettorale. Un risultato che non si registrava da più di dieci anni in tutto il territorio dello Stato italiano. A nulla è valsa la curatissima campagna elettorale, forse la più bella di tutte, che pare sia stata curata da Gavino Sanna, a dimostrazione della crisi della cultura della pubblicità e di tutto il tradizionale agitprop, che ormai sa di polvere e di stantio insieme a tante altre cose novecentesche, compreso il partitino, la militanza e l’identità esclusiva. A me dispiace molto, perché gli indipendentisti sono gli unici portatori di idee nuove, belle e utili per tutti noi che ci siano in Sardegna. Ritengo che l’unità con le forze non clientelari e non troppo sputtanate (come il Psda) sia un obiettivo strategico per la sinistra, che ha nei loro confronti un’insopportabile e ingiustificabile spocchia. Peccato che siano così narcisisti e così poco generosi e disponibili a mischiarsi a tutti i livelli per assalire il vero problema della Sardegna, che non è l’iconica indipendenza, ma la concretissima dipendenza. Uniti, potremmo veramente rendere la Sardegna un posto in cui l’autogoverno è possibile, e in cui anche il loro progetto indipendentista potrebbe trovare un terreno solido su cui crescere.

Il corpo di Massi

Devo ammetterlo, sul principio io non ero per nulla convinto della candidatura di Massimo Zedda, anzi ero scettico, mi sembrava un giovane vecchio, uno di quelli svezzati direttamente in Sezione.
Mi sbagliavo, e con me in tanti, abituati a giudicare secondo parametri ormai obsoleti. Dovevo seguire uno dei miei princìpi, quel “Non pensare, guarda!” di Ludwig Wittgenstein che mi ha sempre portato fortuna. Ma nessuno è perfetto, figuriamoci io.
Massi Zedda (così l’ho sentito chiamare tante volte) è un leader di tipo nuovo. Ha ricevuto tantissimi voti anche da gente che ha compiuto un voto disgiunto, convenzionalmente di destra, oppure da chi si era rifugiato nell’astensione. Mentre tutta l’anima castosaura, identitaria della sinistra osservava impaurita e commentava sarcastica (“figureusindi custu imoi, si pìgara una bella stamburrada, Vince Fantola, Vince Cabras, ma figurati questo ragazzino…”), Massi ha prima vinto le primarie, poi ha imposto alle camarille casteddaie (pessime ma toste, come sappiamo) di scendere sul terreno politico, imponendo al Vicefantola il ballottaggio, ma da una posizione di debolezza. Praticamente, un sogno, almeno per me. Non ho creduto in Cabras né l’ho votato alle primarie, ma non riesco ad immaginarlo al posto di Zedda, non penso che sarebbe mai riuscito ad andare neanche al ballottaggio se non in assenza degli elettori, come aveva fatto l’ultimo-dei-vecchi, il pur intelligente Milia.
Da cui ne consegue: 1. Che i soloni della sinistra cagliaritana e sarda, gli stessi che hanno sabotato Soru, non capiscono un tubo di politica. Anche se hanno piazzato loro uomini in Consiglio a fare i loro compitini, hanno dimostrato negli ultimi due anni incapacità di leadership, assenza di visione e speriamo che nuovi leader li rottamino al più presto e che questi nuovi leader non siano i loro “pitzinni d’andira”, i loro ragazzini delle commissioni. 2. Che Zedda è il primo leader “metropolitano”, radicalmente urbano che esprime la sinistra sarda, e questo è un gran bene.
Spiego il punto 2. Zedda, “Massi”, ha ricevuto tantissimi voti da persone che hanno votato liste di destra. Perché l’hanno scelto? I soliti ideosauri diranno, perché i Floris…, per fare dispetto a questo o quella famiglia, e altre spiegazioni vagamente dietrologico-ripetitive. La mia ipotesi è un’altra, ed è che su Zedda si sia orientato non solo un voto di “opinione” , ma anche un voto emozionale, che come per Vendola, forse in parte per Soru, per Berlusconi perfino, si esprime per un’affinità non totale, ma parziale. Estetica e emotiva, basata su impressioni fuggevoli e rapide relative all’età, al tipo di linguaggio, allo sguardo, al coraggio di mettersi in gioco e di sfidare. All’aspetto, anche. Un voto tipicamente urbano, che si rivolge a chi non si conosce, a chi non fa parte dei propri giri, e che si giudica rapidamente.
Il corpo di Massi, come quello di altri leader (e perfino, in negativo, di Bersani) è un palinsesto, sul quale Zedda inscrive gentilezza, interesse per l’interlocutore, ma soprattutto segni vestimentari che non sottolineano la ricerca della differenziazione, ma dell’associazione con gli interlocutori. Il dialogo insomma, una comunanza segnata anche dal fatto che si gioca assieme nel sistema della moda. Non si ritrovano nel suo corpo i segni identitari del suo Partito, così sbandierati e così minoritari, certo romantici, ma datati. Non è un corpo mummificato come quello di Berlusconi, prevedibile, conservato, immobile nei suoi doppiopetti e maglioncini. E’ immerso nei flussi di segni e di simboli che inscrivono, magari per poco tempo, i corpi di noi contemporanei, senza più identità precise, nervosi ma liberi. Per dirla in breve, è sensibile alle mode e non si veste sempre nello stesso modo.
In tutte le società metropolitane e nelle città, lo scambio simbolico rappresentato dalla moda è un linguaggio centrale, più ancora dei “ragionamenti”. Questo non tanto perché si è più superficiali, quanto perché si ha fretta e i rapporti sono rapidi, e si comunica per segni veloci che si portano addosso. Cagliari è una città in cui il sistema della moda si muove a ritmi veloci, anche se non è New York. E Cagliari è una città in cui i corpi valgono, essendo anche una città di spiaggia (pur non raggiungendo le follie di Rio de Janeiro). Fra i giovani, in particolare, le mode sono trasversali e non testimoniano più né un’appartenenza di classe, né un’appartenenza di ceto, se non per sfumature, e hanno un ruolo comunicativo importante.
Se il giubottino N/S di Vicefantola è diventato un oggetto politico, leggermente fake e in qualche misura incongruo, ad esso Massi ha opposto la sua naturale appartenenza alle persone “normali” vestendosi come loro, parlando come loro, guardandoti e ascoltandoti come loro. E il fatto è che Massi è risultato assolutamente congruo a chi lo osservava. Questo l’ha capito l’arguto autore delle strisce quotidiane su facebook “Intanto in viale Trento…”, il Fauno Banana, che ha inscritto Massi in parodie che si giocavano sul suo corpo e sul suo “comunismo al mojito”, che credo abbiano contribuito alla percezione non disincarnata di questo leader politico, ma corporeizzata.
Magari mi sbaglio, ma sono convinto che questo abbia contribuito a svecchiare di colpo la sinistra più di tanti discorsi, a farle rompere il muro di alterità e spesso, purtroppo, di alterigia che la rende insopportabile a chi non ha dottorati di ricerca e spesso neanche un diploma di scuola media superiore, a chi con onestà si incuriosisce delle nuove tendenze della moda o delle ultime partite di calcio e quando sente i politici cambia canale. Insomma ha permesso di stabilire una qualche forma di comunicazione con loro. Che poi sono gli elettori, quelli che pensano che Via Emilia si equivalga a via Romagna. Zedda col suo corpo-palinsesto ha creato quel nesso fra sinistra e libertà che non riuscivamo a creare ed ha intaccato  il nodo fra sinistra e dover essere che dava spazio ai vari sciu-totu da sezione e a chi scambia la sinistra per la cattedra, ma che allontanava (et pour cause) così tanta gente da noi.
Ovviamente, ci sono altri motivi importanti per spiegare questa cosa meravigliosa che ci è successa. Ma questo punto mi sembra importante metterlo in evidenza, a scorno di chi pensa che tutto sia ragione, ragionamento, schema, e che ci ha ammorbato per troppo tempo.

Letterature tagliate d’Italia

Anna Bogaro
“Letterature nascoste”. Prefazione di Tullio De Mauro
Carocci: Roma 2010, € 21,70, pp. 214

“Necropoli” di Boris Pahor, uno dei libri più importanti sui lager nazisti, ha avuto tanti lettori. Quando nel 2008 uscì da Fazi e i giornali ne parlarono, mi resi conto che si trattava di un libro che avevo già letto negli anni ’90. In francese però. E il libro era stato scritto nel 1967! In sloveno.
Il libro è stato scritto da un triestino, cittadino italiano, laureato a Padova, che ha fatto la guerra di Libia, è stato deportato nei lager, si è opposto a Tito (denunciando le foibe che, contrariamente a quel che si sproloquia, hanno toccato al 90% sloveni e croati e al 10% italiani, ma tutti non comunisti). Feltrinelli respinse il manoscritto, e per quarant’anni sparì dalle lettere italiche. Pahor, insignito di molti riconoscimenti internazionali, candidato al Nobel per la letteratura, è stato infine invitato alla Televisione italiana solo nel 2008 da Fabio Fazi, a 90 anni.

La felice espressione “monolinguismo isterico”, a proposito del rapporto dell’Italia con le lingue minoritarie (ma anche con le lingue straniere e con molto di ciò che è nuovo e straniero), coniata dal linguista iglesiente dell’Università di Amsterdam, Roberto Bolognesi, mi sembra perfetta per la vicenda di Pahor. La negazione per la lingua sarda, la sua dialettizzazione, praticata dalle nostre istituzioni politiche e accademiche, mi sembra sia da leggere in chiave italiana più che locale.
Non sappiamo se esista una differenza di essenza fra lingua e dialetto, però sappiamo che la costruzione dell’Italia ha incluso la negazione e lo sradicamento di qualsiasi altra lingua e letteratura al di fuori di quelle italiane: una pratica politica molto performante, sino a oggi.
Il libro di Anna Bògaro ci mostra questo dispositivo di esclusione e negazione della diversità letteraria in Italia in atto ovunque, dalle vallate occitane a quelle ladine, da Trieste a Sassari, dalla Barbagia alle comunità italo-albanesi e grecaniche del Mezzogiorno, dal catalano di Alghero al friulano (lingua in cui hanno scritto anche Pier Paolo Pasolini e Carlo Sgorlon): un elemento unitario rispetto alla diversità delle esperienze letterarie, che Bògaro ripercorre con perizia, seguendo i due cammini, l’analisi della politica linguistica dello Stato, e l’analisi della diversità delle esperienze letterarie minoritarie.

Il libro ha il grande pregio di farci riflettere in chiave comparativa sull’esperienza letteraria in lingua sarda e nella lingua dominante. Molto diversa dalle altre minoranze.
Il primo dato riguarda il lettore tipico della letteratura sarda. Nel caso delle altre minoranze si tratta di un lettore colto appartenente alla minoranza, mentre nel nostro caso gli autori sardi si rivolgono in lingua italiana al lettore non sardo. I nostri libri parlano molto della Sardegna come luogo dell’Altro, dell’Esotico, del Tipico. Questa dinamica è assente nelle altre letterature, ma è tipica delle colonie e delle ex-colonie. Come diceva Jack Goody, il grande antropologo del rapporto oralità/scrittura, l’Altro – per noi occidentali “studiati” – è chi non scrive, colui che ha solo una cultura orale. Quindi noi stessi, i Sardi, ci trattiamo da Altri a noi stessi, e la nostra lingua viene fatalmente destinata alla sola oralità. Il lettore a cui si rivolgono gli scrittori in lingua sarda non è molto diverso, ma è sardo. Nostalgico dalla sue radici, ossessionato da un’identità introvabile, antimoderno, convinto che l’autenticità risieda solo nel luogo tipico del romanzo sardo, la Bidda. Nei casi delle altre minoranze, il lettore si è configurato in modo diverso. Esemplare è il caso del lettore sloveno. La Bibbia è stata tradotta in sloveno nel 1584, in sardo nel 2003, e Bibbia significa storicamente stampa, protestantesimo, alfabetizzazione, abitudine familiare alla lettura. Tardivamente, lo sloveno, comparabile al sardo per numero di parlanti, si è standardizzato ed è utilizzato per ogni tipo di comunicazione e scrittura. Il sardo, al contrario, si è dialettizzato (anche oggi assistiamo alla polarizzazione campidanese/logudorese con poche basi scientifiche ma molte funzional-distruttive) ed è accostato alle memoria contadine e pastorali, a pratiche di memoria e di museificazione. Il lettore di Pahor non è un lettore di libri che parlano dell’identità o della tipicità slovena, ma è un lettore “in sloveno”, interessato a qualsiasi tematica. Il lettore sardo, sia che legga in sardo o in italiano, alla fine, fra “Acabadoras” e “Losas de Osana”, sempre lì torna, a sa bidda. Anzi, a su bìddiu.

Il secondo dato riguarda la diversità fra gli scrittori sardi in italiano e quelli in sardo, che emerge soprattutto dall’intervista a Flavio Sòriga e da tutto il capitolo sul “caso sardo”. Lo scrittore racconta della sua esperienza come quella di un’esperienza professionalizzata. Lo scrittore in lingua italiana su temi sardi appare un prodotto di un dispositivo, insieme culturale e industriale, di cui è un’articolazione. Il dispositivo produce testi per gli appassionati di esotismo. L’autore tratta come Altro da sé il tessuto storico-sociale che lo ha prodotto, dal quale vorrebbe perfino “dimettersi”, come scrive Sòriga. Per me rimane positivo che un mestiere così si sviluppi, nonostante sia complice della negazione della nostra diversità. Diffonde abilità, cultura organizzativa, condivisione. Lo scrittore in lingua sarda è invece, sociologicamente, fermo all’Ottocento. Mira a scrivere “il libro” della sua vita, non fa della sua attività un mestiere, neanche precario. Vuole testimoniare identità, anche personale. Non perché carente di qualità personali, ma perché non esiste un dispositivo della letteratura sarda al quale possa agganciarsi. Non esiste lettore moderno, non esistono editori, non esistono giornalisti che recensiscano, eccetera. Anzi, esistono, coraggiosi pure, ma pochi e dispersi con di fronte le Invencibles Armadas della letteratura italiana.

La sola letteratura esistente in Sardegna è infatti quella in lingua italiana, perché dei libri in sardo non si parla, non circolano, non vengono recensiti e non sono neanche splatter. Sono documenti quasi personali, non hanno una densità sociale come quelli in italiano. In gran parte questo è dovuto alla condizione di dominio della Sardegna, ma anche alla carenza di cultura e di pratica organizzativa del movimento sardofonista, che investe molto in proclami e poco in organizzazione.

“Habemus papam”, un film da vedere

L’ho visto ieri: il film era fatto benissimo anche se il finale forse non era molto riuscito. C’erano piani d’analisi diversi, che però riguardano tutti il soggetto non più unitario (o forse mai stato unitario). La critica del novecentismo psicanalitico era potente, in quanto toccava proprio il presupporre l’esistenza dell’unitarietà dell’Io (non diversamente dall’idea di “anima”). Il neo-Papa è costretto a un solo ruolo, e lui lo sente immediatamente come una costrizione, e guarda con nostalgia la strada e la molteplicità finalmente libera delle società contemporanee con grande nostalgia e simpatia. C’era poi il soggetto del potere, obbligato alla rappresentazione del carattere esemplare del potere stesso, posizione che oggi risulta particolarmente oppressiva (e qui Moretti è stato geniale nell’usare il conclave e la sottolineatura della reclusione per mostrare quanto il potere sia costrittivo per chi lo rappresenta). C’era infine quella magnifica battuta sul cardinale che, dengosu, non voleva giocare di squadra e all’interno di relazioni complicate ma si incaponiva a voler giocare “a palla prigioniera”. Un gioco, come quelli che amano i nostri potenti, chiesa e ogni altro tipo di establishment italiota uniti nella lotta, “che non esiste più da cinquant’anni”. Una battuta che, come spesso accade nei film di Moretti, vale il film.

Includere le memorie sommerse di Cagliari

9 Aprile 2011 Commenti chiusi

Intervento da me tenuto il 5 aprile 2011 all’iniziativa “Cagliari città sarda. Bilinguismo e simboli della capitale della Sardegna/Casteddu tzitadi sarda. Bilinguismu e sinnus de sa capitali de Sardigna”, a sostegno alla candidatura di Massimo Zedda a Sindaco di Cagliari, promossa dall’Unione comunale di Cagliari del Partito democratico e dalla Federazione della Sinistra di Cagliari.

Vorrei esprimere qui il mio endorsement alle candidature a consigliere comunale per Marco Murgia (Partito democratico) e per Enrico Lobina (Federazione della Sinistra), sicuramente due ottimi candidati che in Consiglio lavorerebbero con serietà, competenza e passione.
Un ringraziamento particolare a Claudio Coletta per avermi aperto la mente a questi problemi.

La situazione

Negli ultimi tre anni sono state intitolate strade a Giuseppe Anedda, Roberto Baden Powell, Giovanni Barbini, Antonio Basso, Nicola Calipari, Carlo Caschili (per lui una deroga, considerato che è scomparso da poco), Guido Cavallo, Francesco Coco, Brancaleone Cugusi di Romana, Francesco De Pinedo, Piero Dessì, Don Aldo Matzeu, Giovanni Garau, Giovanni Paolo II, Pietrino Moi, Luigi Giussani, Giovanni Palatucci, Roberto Pisano, Giuseppe Pitzorno, Aldo Scardella, Salvatore Sole, Antonio Spanedda. Fratelli Pisu (guerra di Spagna, fascisti, A.M.).

La commissione toponomastica è costituita dal sindaco Emilio Floris, dal presidente del Consiglio Comunale Sandro Corsini, da Edoardo Usai, assessore della Toponomastica, dai consiglieri Ettore Businco, Salvatore Mereu, Raffaele Bistrussu, Claudio Cugusi, Massimo Zedda, da Ada Lai, capo area servizi al cittadino, dagli storici Francesco Cesare Casula e Lucio Artizzu. Alle sedute partecipa anche il presidente della circoscrizione di cui fa parte la strada da intitolare.
Dal sito web del Comune di Cagliari

Qual è lo stile dello stradario di Cagliari? E’ da liceo, e infatti che la cultura dei licei e la toponomastica cagliaritana si assomiglino non deve essere molto casuale. Casa Savoia, Risorgimento, Viceré e personaggi dell’élite piemontese “viceregia”, Papi, santi e religiosi. Militari. Luoghi stranieri rivendicati dal nazionalismo fascistoide all’Italia o annessi all’Italia (Fiume, Zara, Pola, Trieste, Trento, Malta, ecc.). Scrittori, solo italiani.
Questa destra segue la stessa linea, ma passa alle seconde o terze file: Don Giussani (ad gruppum influentiae), amighixeddus vari, sportivi, militari, bastat chi apant incrubau sa schina. Glorie locali. Nessuna visione più larga di quella rappresentata dalla lingua e dai riferimenti della classe neo-podataria, da monumentalizzare. Significativamente, vengono ricordate date nefaste, come il 28 Novembre 1847 (la “Fusione perfetta” con gli Stati di Terraferma) e, fatto più grave, personaggi ambigui e in alcuni casi moralmente spregevoli a causa della loro collaborazione con il regime fascista, fra cui risalta un ex-podestà di Cagliari cui è stato addirittura intitolato il Terrapieno, uno degli spazi più importanti della città, e una serie di militari che si sono macchiati di sangue innocente nel corso delle aggressioni fasciste in Spagna e nei Paesi che l’Italia – in un’orgia di crimini e di massacri diretti in particolare contro i civili – ha tentato di colonizzare, spingendo il carattere autoritario della costruzione nazionale unitaria ben oltre lo spazio geografico della Penisola, secondo una tendenza che ci ha portato al fallimento del progetto “Italia” col fascismo e, oggi, col berlusconismo. Fra di essi, risalta lo stesso Aeroporto di Elmas (oggi fuori dai confini comunali). Fra le vittime del fascismo, mai ricordate, fa eccezione Mafalda di Savoia, e non si capisce bene perché. Ovviamente è stato invece dedicato uno spazio alle vittime degli infoibamenti titini, che erano al 90% sloveni e croati ma che vengono ricordati come “vittime italiane”.

Questa scelta che denomina i luoghi della nostra vita secondo una tendenza ha un prezzo. Sono infatti state cancellate soprattutto le denominazioni originarie, che ricordavano mestieri, usi popolari, funzioni urbane e caratteri del territorio praticati per secoli. La storia sociale della città, nella sua imponente stratificazione storica e linguistica, lunga per i quasi tre millenni di storia di Cagliari, è la vera vittima della scelta di fare implodere una storia di un popolo antichissimo, come quello cagliaritano, in un paio di episodi, sicuramente secondari nella longue durée, come il Risorgimento o l’Irredentismo patriottardo e fascistoide degli italiani, da noi del tutto incidentalmente condiviso e anche in modo superficiale. Così, Ruga de is Argiolas (“via delle aie”) e Ruga de is Incastrus sono oggi  via Garibaldi (cui è dedicata in sovrappiù anche una Piazza); Ruga Dereta, via Lamarmora; Ruga de is Prateris (degli Argentieri), via Mazzini; Ruga de sa Costa, via Manno; Ruga de su Brugu, Corso V. Emanuele; Pratza de su Mercau, Largo Carlo Felice ecc. Centuscalas,  Via Anfiteatro. Pochissimo spazio e risalto è dato alla storia e alla cultura sarda, soprattutto se non ha legami con la camarilla casteddaia. Via Eleonora d’Arborea è una strada secondaria, nessuna strada è dedicata a Mariano IV d’Arborea, ad Amsicora e Josto, ai Morti di Buggerru, a Enrico Berlinguer, ad eventi quali il 28 Aprile (sa dii de s’aciapa nella memoria popolare, oggi “Die de sa Sardigna”), la rivoluzione operaia cagliaritana del 1906, la Battaglia di Sanluri del 1409, così come ai Nuraghi (una viuzza a Pirri), alle Domus de Janas, alla Carta de logu, ai Condaxes e ad altri monumenti materiali e immateriali della nostra esperienza storica.
Ancor meno spazio è dedicato all’uso della lingua sarda, che è ridotta ad alcuni nomi di luogo (Via is Guadatzonis, via Sant’Alenixedda), ma mai, come a Venezia, a Barcellona ecc. utilizzata per denominare gli spazi (non si usa mai “ruga”, “pratza”, “bia”, “strintu”, “stradoni”, “pratzixedda”, “pratzita”, per esempio). Insomma, anche per la toponomastica il sardo è un dialetto.
L’insieme è provinciale, un po’ da libro Cuore un po’ caratterizzato dal solito servilissimo “siamo quelli che parliamo meglio l’italiano” (pur avendo la nostra lingua che allegramente dimentichiamo). Il motto da incrua-schina regna sempre: meglio imitare che provare ad esprimersi.

La memoria come costruzione, il ruolo del potere, le memorie sommerse

Tutto questo è perfettamente normale. Ovunque, in ogni città, la toponomastica registra la stratificazione storica, ma in modi diversi. In Giappone, com’è noto, non esiste, e anche le megalopoli non hanno indirizzi. Gli indirizzi sono nati in Occidente, assieme al sorgere delle Polizie, e dunque a cavallo del XVIII e del XIX secolo. In genere, si procedeva come un tempo nei paesi e nelle campagne sarde, in cui esistevano nomi tradizionali, spesso nuragici e incomprensibili a un sardo moderno, ma che ci riconnettevano con la stratificazione storica e con il nostro passato. Nelle società in cui il potere dello Stato è diventato pervasivo e performativo dei nostri comportamenti e delle nostre identità personali, le denominazioni dei luoghi sono diventate campi di battaglia in alcuni luoghi, autoritari, oppure hanno raccolto elementi provenienti da diverse memorie e diverse istanze, come nei Paesi più liberali. La memoria collettiva è infatti il frutto di una costruzione sociale che stratifica alcuni suoi esiti. La sua posta in gioco è il passato, o meglio, la ri-costruzione del passato nel presente. Non a caso Benedetto Croce diceva che “La storia è sempre contemporanea”.  Se il passato è la posta in gioco, i luoghi di questa battaglia sono da un lato il linguaggio, dall’altro i punti di riferimento nello spazio e nel tempo, i “quadri sociali della memoria”, come diceva Maurice Halbwachs, l’allievo di Emile Durkheim e grande amico di Marc Bloch, morto a Buchenwald nel 1945.
Oggi qui parlerò solo del problema degli spazi, ovviamente, anche se l’uso dei calendari e dei linguaggi sarebbe interessantissimo da analizzare.
Dunque, come ho detto, gestire il passato nel presente corrisponde a una pratica sociale (e nelle società moderne sempre più politica) che si esteriorizza e si deposita in oggetti: monumenti, denominazioni, intitolazioni, ricorrenze, coccarde, ecc.
Se si analizza in quest’ottica la toponomastica cagliaritana, essa appare talmente univoca e coerente, da non lasciare dubbi. Si tratta di un monumento ininterrotto al dominio e alla mediazione con il dominio, ai padroni di là del  mare e ai loro podatari locali. In essa si esprime il tentativo violento e irrispettoso non tanto di egemonia culturale à la Gramsci, ma di vero e proprio dominio e eliminazione di chi non sia legato ai padroni, ai loro servi locali e agli eroi e alle epiche che ne legittimano il dominio.
Nelle società democratiche e liberali, almeno, queste pratiche di memoria hanno natura dinamica e conflittuale. Ad esempio, in California tutti o quasi i toponimi messicani, precedenti alla conquista USA del 1846, sono ancora usati (così Los Angeles e non The Angels, Laguna Seca e non Dry Lagoon, ecc.), come tanti toponomi nativi. Le vie e i viali sono numerati e non intitolati, e raramente a politici (in genere la “main street” in California si chiama Market Street, per esempio). Il padre Junìpero Serra, un prete cattolico messicano che fondò il sistema di missioni cattoliche da cui sono nate quasi tutte le città californiane, è generalmente ricordato anche se non era certo uno yankee, nonostante a mio parere fosse uno schiavista che sfruttò i nativi,  così come Martin Luther King jr. ma anche l’eroe degli operai messicani sfruttati in California, César Chávez. Spesso anche gli eroi dei movimenti femminista e per i diritti Lgbt, magari accanto ai primi presidenti degli USA e a eroi di guerra. Tutto con grande parsimonia, e producendo un insieme di denominazioni in cui ogni aspetto della storia è monumentalizzato, con grande rispetto per le minoranze, la storia sociale, le persone che nei luoghi hanno sviluppato attività lavorative memorabili, e accompagnato dalla riscoperta ricorrente di attività, eventi, luoghi, persone la cui memoria era stata sommersa da sconfitte temporanee, da stigmi, da esclusioni, in cui si manifesta una sensibilità democratica costante e anche il riconoscimento della positività del conflitto.
Infatti, una politica democratica della memoria materializzata in denominazioni ha la responsabilità di includere nelle pratiche di memoria anche le memorie sommerse, poiché per tutti coloro che hanno partecipato alla stratificazione storica di cui siamo figli occorre rispetto. Senza tutti loro non saremmo “noi”.

La toponomastica come elemento di organizzazione della vita quotidiana

Ciao, se devi fare una passeggiata a piedi, ti consiglio la zona di castello, a partire dal bastione di Saint Remy per poi proseguire in tutta quella zona, ci sono delle zone veramente belle e caratteristiche. Inoltre in alcuno punti, potrai godere di un bellissimo panorama, purtroppo non mi ricordo mai i nomi delle vie, altrimenti potevo essere più preciso. Ti consiglio inoltre il colle di San Michele, il parco è stupendo e potrai anche vedere il castello che c’è nella sua sommità, senza contare che anche da li hai un bellissimo panorama.
da “Yahoo! answers”

Il problema che la stratificazione storica della nostra città e del nostro popolo sia implosa in un solo momento della storia (il Risorgimento, il fascismo o come lo si vuole chiamare, ecc.) è un problema simbolico, culturale. Ma nel nostro caso si tratta di simboli completi, di simboli concreti, che noi ci ritroviamo al quotidiano. Infatti, nelle società complesse in cui viviamo, il mondo sociale è mediato da testi, da scritture, e da denominazioni di luoghi e di strade. Per muoverci, per organizzare le nostre attività anche banali, per descrivere i territori che attraversiamo e viviamo, abbiamo bisogno di mappe con cui plasmiamo le nostre esperienze di quei luoghi stessi e quindi della nostra stessa vita. Si tratta di elementi organizzativi della vita dei cittadini.
Denominare i luoghi e, come a Cagliari, colonizzare le denominazioni in relazione all’esigenza di monumentalizzare un dominio, un potere, e la sua genealogia, ha un effetto performativo, cioè rientra nell’uso quotidiano della gente e lo condiziona, lo forma. Se un bambino vedrà le strade intitolate a fascisti, eroi del risorgimento, membri di casa Savoia, in modo ininterrotto come a Cagliari, tutte scritte rigorosamente in italiano, e una viuzza solamente dedicata a Eleonora d’Arborea, avrà maggiore facilità a considerare normale che la storia della Sardegna, la storia delle donne, e la sua appartenenza a questa discendenza non contino nulla, mentre i Garibaldi, le epopee dell’Irredentismo e i cesaribattisti, l’Italia “sublime patria nostra” e tutte queste belle cose, continuamente monumentalizzate anche se tutte estranee alla sua storia personale, siano cose superiori. Incidentalmente, penserà che è sempre meglio imitare queste che esprimere quelle.
Il cittadino infatti dà per scontate le denominazioni, ma le denominazioni non arrivano dal cielo, sono il frutto di battaglie che i nonni del cittadino hanno perso. Usandole, il cittadino le attualizza, le performa, le rafforza ancora di più.

Credo che una politica democratica della gestione della memoria sia necessaria a Cagliari, e che abbia la responsabilità di includere nelle pratiche di memoria anche le memorie sommerse.  Le proposte politiche che io faccio, a questo proposito, sono le seguenti:

  1. Occorre fare riemergere la memoria della creatività e dell’esperienza storica del popolo cagliaritano, che è sommersa perché, anzitutto, la lingua che questo popolo ha creato in più di 1000 anni di storia, il sardo e il sardo parlato a Cagliari, sono sommersi. Nessuna via è chiamata Ruga, nessuna piazza Pratza, nessun viale Bia, nessun vicolo Strintu, neanche in modo bilingue. Non dico che si debba fare come a Venezia o a Barcellona, dove tutte o quasi le denominazioni sono SOLO in veneziano o in catalano! Però, un minimo di rispetto per se stessi è necessario.
  2. La Memoria della stratificazione storica, così come si è depositata in modo consuetudinario, deve essere rispettata, per cui restituiamo alle strade i nomi dei mestieri, degli usi, degli spazi, prima ancora di pensare a ridenominare i luoghi intitolandoli a persone non di destra e non podatari. Sono nomi ricchi e belli, e ci riuniscono alla profondità trimillenaria della nostra storia urbana, al lavoro degli uomini e delle donne, ai nomi di quelle che furono campagne, in periferia. Non possiamo considerare il nostro passato imploso solamente nella vicenda risorgimentale. E’ pazzesco!
  3. Dedichiamo le strade a personaggi con parsimonia, e a personaggi importanti veramente. Fra di essi, non dimentichiamo le donne, così poco rappresentate, i personaggi eminenti della nostra storia, molto più significativi di oscuri viceré piemontesi, gli episodi della nostra storia.
  4. Conduciamo una battaglia perché, sulla scorta del principio affermato nella Legge sulla Memoria di Zapatero del 2007, nessuna strada sia dedicata a chi si è compromesso con regimi totalitari. Per cui via i fascisti, tutti i fascisti senza nessuna eccezione, di cui Cagliari pullula, compreso l’Aeroporto. Si tratta solo di delinquenti, di delinquenti morali in alcuni casi, che si sono compromessi con la tirannia ma spesso si sono sporcati le mani di sangue innocente, e che non possono essere onorati da nessuna città civile. Via anche le strade dedicate a membri di Casa Savoia, soprattutto i più compromessi.

Non dobbiamo avere nessun timore a ritoccare tutto l’impianto della toponomastica in un’operazione di ecologia delle denominazioni da sviluppare con cura, proprio perché, come giustamente dice Vendola, il problema non è Berlusconi ma il berlusconismo, cioè l’egemonia culturale di quello che Calamandrei chiamava “il Partito dominante” italiano, che si manifesta anche in quest’ambito.

Vecchi articoli: Legge sulla Ricerca, un’occasione a rischio Gestione in mano ai soliti noti terrorizzati da innovazione e cambiamento

22 Marzo 2011 Commenti chiusi

Pubblicato su www.altravoce.net
2 febbraio 2008

di Alessandro Mongili *

Dobbiamo al prof. Gianluigi Gessa la legge regionale sulla “Promozione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica in Sardegna”. Si tratta di una iniziativa di grande rilevanza, per certi aspetti storica, poiché segna l’avvio di una politica organica dello sviluppo tecnico-scientifico in Sardegna. Penso che chiunque ami la ricerca, e magari ne abbia fatto una professione, provi un grande senso di riconoscenza per il prof. Gessa, per il suo lavoro e per i risultati che ha ottenuto per il bene pubblico.

Però, se è importante creare delle norme, occorre preoccuparsi anche della loro applicazione, e vigilare perché funzionino come fattori di progresso e di cambiamento. La legge, approvata l’11 agosto 2007, manca ancora di applicazione e, per certi versi, presenta sul versante applicativo alcuni aspetti poco chiari. Inoltre, non è affatto chiaro il modo in cui la legge sarà accolta, soprattutto nel mondo universitario: se avrà davvero rilevanza, o si ridurrà a un proclama o a un’occasione sprecata.

In una riunione pubblica dedicata alla discussione della legge Gessa sulla Ricerca, che si è svolta di recente presso la facoltà di Scienze politiche, molti intervenuti hanno sottolineato come nel testo non si parli di finanziamenti all’attività ordinaria dell’università, alle “infrastrutture” e alle solite cose sub specie immobiliare, tradizionalmente curatissime nella nostra Isola. A un certo punto, un collega ha osservato, nel suo intervento, che «questa legge è fatta per un’università che non c’è», e in questa frase ha riassunto tutto.

La legge funzionerebbe subito in un contesto in cui vi fossero università interessate, o almeno un po’ interessate, alla ricerca. Come quelle, ad esempio, che ci fanno sempre più concorrenza, e verso le quali numerosi i nostri studenti ormai corrono per completare i cicli di studi, o per specializzarsi. La reazione del pubblico non era certo entusiasta, e anzi in molti interventi ci si chiedeva come mai la Regione non si dia da fare per finanziare le attività ordinarie, così come sono, senza perdersi in queste stramberie. Come ha argutamente notato un mio brillante collega, notoriamente l’MIT avanza perché la “regione” del Massachusetts finanzia le sue nuove mense e, magari, dico io, la sede gemmata di Nantucket.

In generale, infatti, l’Università non favorisce la ricerca. Si fa molta didattica, e la ricerca (che significa anche apertura e scambi continui con il resto del mondo) è vista come un capriccio, a parte qualche eccezione. A Cagliari, nel corso dell’ultima riunione del Senato accademico (23 gennaio 2008), per dire, si è deliberato di vietare la concessione dei nulla-osta ai soli ricercatori, in modo che non possano più fare dei corsi in altre Università (in aggiunta al loro carico didattico normalmente espletato da noi). Sfidando ogni retorica pubblica relativa all’internazionalizzazione, i membri del Senato accademico hanno attaccato la consuetudine accademica di favorire la circolazione ad ogni livello dei ricercatori, che non può che migliorare, ovviamente, il clima intellettuale. Peraltro, questa possibilità è lasciata agli associati ed agli ordinari, non si capisce bene in base a quale principio.

Magnificenti segni di apertura provengono, dunque, dal Bastione del Balice. A livello nazionale i segni sono analoghi. Come ha mostrato Salvatore Settis in un suo recente articolo, fra i 35 vincitori italiani dei primi finanziamenti (molto consistenti) erogati dal neonato European Reasearch Council, solo 5 provengono dai Dipartimenti universitari. Inoltre, fra i vincitori italiani (che, nota positiva, sono molti) solo 22 svilupperanno le loro ricerche da noi. Ben 7 prendono i soldi e scappano. All’estero. In sintesi, da noi la ricerca è una cosa in più, e si preferisce di gran lunga il ripasso. In molti settori, è diffuso il malcostume di occupare posizioni universitarie senza avere un dottorato, o di presentarsi ai concorsi con monografie pubblicate a pagamento e mai distribuite dagli editori, i cosiddetti vanity books che costituiscono una vergogna nazionale, già denunciata più di venti anni fa da Umberto Eco. Senza considerare poi il traffico dei concorsi, le parentele troppo diffuse, le appartenenze politico-assessoriali, e i convegni passerella che poco hanno di scientifico ma molto di sindacal-assessorial-entestrumental.

Ovvio, non si può generalizzare, all’Università c’è gente magnifica e appassionata del proprio lavoro. Tuttavia, sarebbe da irresponsabili non pensare a com’è fatto un mondo per il quale si scrive una legge innovativa, e non prepararsi alle fameliche pressioni volte alla pura riproduzione dell’esistente: un conatus, però, resistibile, con un intervento politico decisivo in sede di regolamentazione.

L’ideale sarebbe che la Regione facesse come si è fatto in Catalogna o in Alto Adige, istituendo ex novo almeno una sede universitaria (come la Pompeu Fabra o la Freiuniversitaet a Bolzano) che abbia, per quanto è possibile, le stesse caratteristiche di libertà e di serietà delle università di ricerca con cui dobbiamo confrontarci, che ormai non sono solo quelle americane, britanniche o del Nord Europa, ma anche quelle indiane, cinesi, ecc. Per ora, di questo non si parla, ma credo che prima o poi, se la struttura complessiva dell’università italiana non dovesse migliorare, la parte interessata allo sviluppo dell’Isola dovrà porsi seriamente il problema di uno degli snodi essenziali di ogni sviluppo contemporaneo, cioè della nascita di attività di ricerca avanzate in Sardegna (e in Italia) non più come avventure episodiche, ma come strutture permanenti.
Troppa burocrazia e troppi printzipales

A mio avviso, la legge Gessa presenta alcuni aspetti poco chiari che in sede applicativa possono creare problemi alla crescita dell’innovazione. Essa istituisce tre organi fondamentali per la sua applicazione: la Consulta regionale per la ricerca, i Comitati tecnici consultivi e l’Anagrafe della ricerca.

Alla Consulta è demandato il compito di dare le indicazioni generali, attraverso due strumenti detti Piano regionale della ricerca e Piano regionale di sviluppo. È guidata dall’Assessore e composta dai Rettori, dai delegati delle ASL (?!), degli Enti di ricerca, di Sardegna Ricerche, delle imprese, dei sindacati, di AGRIS. Incredibile: si è trovato posto per tutti questi printzipales ma non per i ricercatori! Manca solo l’Arcivescovo Mani. Per coloro che fanno la ricerca, cioè stanno nei laboratori, scrivono i paper, verificano ipotesi, progettano dispositivi, analizzano fenomeni. Insomma, sanno di che cosa si tratta. Per loro, niente, mentre per i mariomedde ulteriori gettoni e gratifiche.

Si tratta chiaramente di un organo che può imporre delle linee di ricerca astratte o (nella migliore delle ipotesi) troppo legate ai mainstream, e non rispondenti alle tendenze realmente innovatrici presenti nel mondo della ricerca. Un pessimo finanziatore e, suppongo, poco innovativo. L’unica speranza è che la Consulta sia solo un organo cerimoniale e non faccia troppi danni. Conoscendo però l’innata fame di riconoscimento di questi personaggi, mi permetto di dubitarne.

L’altro organo è il Comitato tecnico consultivo. In realtà, sono cinque, per le diverse aree del sapere. Ognuno di cinque membri. Costoro, scelti fra “esperti di comprovata competenza” non meglio specificati, sono nominati dalla Giunta regionale su indicazione della Consulta (cioè dei burocrati prima elencati), sentito il parere della Commissione consiliare competente (che entrerebbero così, caso veramente inedito, nelle decisioni scientifiche senza alcuna mediazione). Ma non di ricercatori che ne capiscano qualcosa, di ricerca.

Anche qui, manca solo il Consiglio delle autonomie, il CREL o, magari, il TAR del Lazio. Per cui, mastellico more, ci sarà l’esperto comprovatissimo in quota masson-immobiliare di destra, quello in quota Rifondazione, l’altro in quota Nord Sardegna, il cislino e nessuno in quota Scienza, nessuno in quota Tecnologia e nessuno in quota Ricerca. Nessuna garanzia che la competenza comprovata escluda le mogli di, gli affiliati di, gli ordinari senza dottorato, gli arrabattoni da vanity books, e altra simpatica fauna accademica e da entediricerca assistito. Anzi, tutto sembra fatto apposta per loro. Nessuna garanzia di rigore nella selezione dei progetti. Un grande pericolo!

Infine, l’Anagrafe della ricerca. Anche in questo caso, si privilegiano le istituzioni rispetto ai singoli ricercatori, i gruppi di ricerca rispetto alle reti multidisciplinari e in cui la ricerca è distribuita in luoghi e organizzazioni diverse (la vera novità contemporanea). Saranno solo loro ad essere censiti. L’Anagrafe potrebbe fornire i dati per un sistema di valutazione dei singoli ricercatori operanti sul territorio regionale, se solo lo prevedesse. Al contrario, tutto è vago su questo versante, mentre i riferimenti agli enti e alle imprese si sprecano: l’Anagrafe diventerà una vetrina delle istituzioni esistenti, senza che si capisca bene chi c’è dentro e qual è il livello dei ricercatori che le compongono.

Un’anagrafe diversa potrebbe anche creare un necessario discrimine fra i ricercatori “veri” e i “ripassatori” da sbarco, favorendo anche la formazione di rappresentanze molto più utili e efficaci dei comitati tecnico-consultivi (che denominazioni terrificanti, fra l’altro), ai fini della formazione di indirizzi politici.

L’impianto della legge, sul versante dell’applicazione, è sostanzialmente conservatore, e preconizza una governance del settore verticista e burocratica. Per cui, per i prossimi vent’anni, il ripasso si potrebbe fare più intenso e più ricco (cioè finanziato coi soldi di tutti ma senza grandi risultati). L’idea che sembra sottendere questo progetto non pare prendere in considerazione altre idee della scienza se non quella cumulativa, per cui è meglio non innovare troppo e comunque che lo si faccia solo dopo l’emanazione di appropriate direttive da parte degli organi competenti.

Nel mentre, ci supererà anche l’Indonesia, però almeno la nostra sarda dignità sarà difesa e gli onorati “Quaderni Sardi di Qualsiasicosologia” faranno la loro sempiterna porca figura dagli scaffali polverosi delle nostre vetuste istituzioni accademiche. Intonsi. La partecipazione dei ricercatori sardi al sistema mondiale della ricerca avanzata (che dovrebbe essere il fine di questa legge) sarà ancora una volta lasciata alle iniziative individuali circondate dai mugugni e dai boicottaggi dei colleghi conservatori.
I possibili rimedi

L’unica possibilità di bloccare, almeno parzialmente, questa deriva risiede nello scrivere un regolamento della legge che eviti, almeno, gli esiti peggiori. Posto che, privi di rappresentanza, i soggetti portatori di interessi provenienti dal mondo della ricerca e dell’innovazione sono stati espulsi dai processi decisionali dal dispositivo della legge, occorre regolamentare in modo severo l’accesso alla posizione di esperto nei Comitati tecnico-consultivo. Deve essere chiaro che queste posizioni devono essere ricoperte solamente da figure professionalmente inattaccabili: ovvero che abbiano una formazione accademica standard (nessuno senza un dottorato di ricerca), che facciano o abbiano fatto ricerca (ovvero che abbiano pubblicato su riviste in cui esista il referaggio, che abbiano pubblicato monografie distribuite e reperibili in commercio o in possesso di biblioteche importanti e, che, nei settori più propriamente scientifici, abbiano un fattore d’impatto delle proprie pubblicazioni dignitoso).

Sarebbe opportuno, inoltre, che almeno tre dei cinque membri dei Comitati non provengano dalla ricerca che si fa in Sardegna, in modo da sganciare l’assegnazione dei fondi dalle inevitabili clientele e da agganciarlo maggiormente alle correnti internazionali. Inoltre, visti i chiari di luna, sarebbe a mio parere importante introdurre alcune norme di risanamento morale, che escludano esplicitamente la possibilità di assegnare finanziamenti o premialità a membri delle stesse famiglie (in senso non metaforico).

Infine, sarebbe bene che l’Anagrafe della ricerca permettesse di costituire non solo una base di dati utile per le politiche (cioè un censimento delle strutture, dei gruppi e dei progetti di ricerca), ma anche uno strumento di valutazione il più possibile neutrale e oggettivo delle qualità scientifiche dei singoli ricercatori. Esistono già molteplici tentativi di questo tipo ai quali ci si può ispirare. Questo con il fine, soprattutto, di evitare che vadano soldi e sostegno a ricercatori poco o per nulla formati e adatti al lavoro di ricerca, e che quindi il nostro sforzo si risolva in uno spreco.

La politica della ricerca può essere progettata dai politici, ma poi potrà avere successo solo incarnandosi in comportamenti virtuosi di chi, ogni giorno, fa ricerca e la organizza. La Regione ha fatto tantissimo con questa legge, anche se a mio parere si tratta di una legge migliorabile. Tuttavia, essa si trova di fronte altri soggetti della politica della ricerca. Fra di essi, le Università sarde. Storicamente poco interessate a questo “capriccio”, come tutte le Università italiane, esse dovrebbero cogliere la sfida che questa legge pone e puntare finalmente sulla ricerca e sulla qualità. Puntare sul loro stesso mutamento.

Abbiamo un’occasione storica e non dobbiamo lasciarcela sfuggire. L’Università di Cagliari può farlo fra breve, poiché dovrà rinnovare i suoi vertici. Servono candidature nuove, scientificamente autorevoli e sganciate dalle logiche delle appartenenze. Sinora, non se ne vedono molte. Il costo da pagare per la mancanza del coraggio di innovare potrà essere pesante, e a brevissima scadenza.

Dipartimento di Ricerche Economiche e Sociali – Università di Cagliari

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