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Archivio Febbraio 2011

L’anima sciovinista del gruppo Repubblica-L’Espresso

15 Febbraio 2011 11 commenti

Affranti, tanti amici di sinistra come me si imbattono (e regolarmente linkano su fb) in articoli terrificanti ricolmi di pregiudizi e ostili alle minoranza linguistiche italiane e a qualsiasi cosa che non sia il solito monolinguismo isterico italiano.
Nell’ultima settimana, la dignitosa decisione politica del presidente della provincia autonoma di Bolzano di astenersi dalle pacchiane celebrazioni del 150° Anniversario dell’Unità è stata attaccata (anche dal pavido Napolitano, che ha parlato addirittura di “presunta minoranza” a proposito dei Sudtirolesi, fatto gravissimo!), su Repubblica. Inoltre, Michele Serra, solitamente arguto, ha insultato, à la mode d’Arcore, la piccola e pacifica minoranza cimbra (poca gente che parla un idioma germanico in provincia di Trento), prendendoli per tonti in grado di esprimere solo una parola (“Uga”), ridicolizzando così chiunque usi il cimbro ma anche altre lingue senza status o perfino chi si esprime in lingue regionali all’interno del sistema linguistico italiano (i cosiddetti dialetti), come nello spot razzista Rai sui 150 Anni dell’Unità.
Penso che tanti Sardi come me diano per scontato il pregiudizio degli Italiani nei nostri confronti e nei confronti delle minoranze presenti in Italia e non ci badino troppo: fa parte del loro provincialismo e del loro disagio con le diversità, e li sta dannando. Simile in questo all’omofobia di cui sono profondamente intrisi, al loro modo (tradizionale) di trattare le donne come serve, al servilismo verso gli stranieri potenti, al conformismo estremo. Li perdoniamo perché sono simpatici. Facciamo male.
Nella fattispecie, all’articolo vorrei replicare, visto che Repubblica censura i commenti non apertamente ostili al Sudtirolo (fra cui i miei) e alimenta l’ostilità verso quella minoranza. 1. Il Sudtirolo gestisce tutti i servizi (e bene) per cui trattiene le tasse dei sudtirolesi esattamente come fa la Sardegna solo in parte o come dovrebbe fare, come ha indicato la “vertenza entrate” aperta da Soru. Non c’è ragione perché i servizi gestiti bene localmente siano gestiti dallo Stato, così come è chiaro che questi servizi vanno pagati sulla base del gettito fiscale generato localmente e non in base a trasferimenti episodici o legati al circuito clientelare 2. Il Sudtirolo è stato annesso all’Italia senza esserne mai stato parte ad alcun titolo, è autenticamente un pezzo d’Austria finito in Italia, così come la Sardegna “appendice incerta” (Cavour) si è ritrovata nella costruzione nazionale italiana senza neanche capirlo e sicuramente senza volerlo, come testimonia la vicenda incresciosa della Fusione Perfetta con gli Stati di Terraferma del 1847 e la partecipazione assolutamente marginale dei Sardi al Risorgimento (ad esempio, neanche un partecipante alla spedizione dei Mille, ecc.) 3. Nel periodo fascista il governo italiano si macchiò di diversi crimini e di atteggiamenti vergognosi (fra cui la tentata espulsione di tutta la popolazione di lingua tedesca, l’italianizzazione forzata che raggiunse livelli parossistici sino cambiare i nomi tedeschi sulle tombe e di ogni piccolo fiumiciattolo, l’introduzione forzosa di popolazione di lingua italiana prima assente, i cui discendenti compongono oggi ca. 1/3 della popolazione) dei quali l’Italia non ha mai fatto ammenda, anzi, sino ad oggi mi risulta che a Roma esista un Ufficio per l’italianizzazione forzata dei toponimi sudtirolesi.  4. Il Sudtirolo tutela esemplarmente non solo la minoranza storica ladina, che in provincia di Belluno non viene tutelata in alcun modo e in provincia di Trento solo parzialmente, ma riconosce molti diritti anche agli eredi dei coloni italiani di mussoliniana memoria, riconoscendo la loro presenza come legittima e senza alcuna richiesta di loro allontanamento visto il carattere malevolo del loro insediamento forzato in quell’area. Costoro, rappresentano comunque una minoranza e non possono pretendere di dettare le regole come vorrebbero fare, né tantomeno di negare la diversità sudtirolese come fanno. Pochi dei discendenti dei coloni fascisti in Sudtirolo sentono il dovere di imparare il tedesco, cosa che noi Sardi non facciamo difficoltà a comprendere come meccanismo. Ad esempio, tanti colleghi “continentali” nelle Università sarde non solo si rifiutano di conoscere la nostra storia, ma votano spesso contro ogni impiego del sardo nell’insegnamento (questo capitò in una seduta del Consiglio di Facoltà di Scienze politiche a Cagliari cui ho partecipato nel 2009, quando il prof. Gianni  Loy chiese il parere di svolgere il suo corso di diritto del lavoro in due lingue). In entrambi e in altri casi, si tratta del tipico “stato di negazione” verso chi ha uno status inferiore, applicato dai gruppi etnicamente dominanti e che è una forma di razzismo (come dice Cohen).

Il problema infatti non è nostro, degli appartenenti a minoranze linguistiche nello Stato Italiano, ma dello Stato Italiano. Nato da un moto nazionalista, cresciuto nell’Irredentismo, padre del Fascismo e ultimamente del Berlusconismo, lo Stato Italiano non ha mai tollerato la diversità linguistica e pensa l’Italia come uno Stato linguisticamente puro. Verso gli altri applica atteggiamenti para-sionisti da “stato di negazione”. Così, gli sloveni e i croati sono genericamente “slavi” infoibatori (e si dimenticano i massacri italiani in Jugoslavia etnicamente “puri” e la composizione etnicamente mista delle vittime delle foibe), il sardo, il friulano, il cimbro sono “dialetti” parlati da ‘gnurant verso i quali non vale la pena spendere (in questo, ossessiva è la campagna di stampa dell’Espresso inseguito da Repubblica), le altre minoranze sono “commoventi residui” e esotismi anche nei discorsi di Nichi Vendola. Nessuno mai che ponga il problema:

“Ma, signori miei, è possibile essere un cittadino italiano come gli altri (artt. 3 e 6 della Costituzione) pur appartenendo a una minoranza linguistica???

Ma l’aspetto più raggelante di questi articoli sono i commenti dei lettori. Essi danno la risposta: No, non è possibile essere Italiani senza ortopedizzarsi, negare e distruggere la propria lingua, assimilarsi. In questo, l’Italia, a destra come a sinistra, è un Paese fascista, nelle viscere, in is intragnas. Sconfortante.

“Usciàmoli” dal Comune!

2 Febbraio 2011 2 commenti

Nelle primarie che hanno portato Massimo Zedda alla vittoria, niente che non fosse già successo per le provinciali del 2010 si è verificato. La stoltezza castosaura, logo_santefisio un politico puro in grado di volgere a suo vantaggio la povertà politica del suo contesto, la sordina a Soru, lo sfascio della destra. Infatti, penso che siano validi i commenti fatti quasi un anno fa in relazione alla riconferma strupiada dell’assente Milia. Non c’è molto da aggiungere se non che Zedda non è Milia e lui è il nostro candidato, quello che chiunque abbia a cuore la sorte di Cagliari e della Sardegna deve sostenere senza tentennamenti e con coraggio, per queste ragioni:
1. Cagliari è in mano da tanto tempo a un sistema di potere che non bada troppo al confine fra destra e sinistra. E’ il potere delle Adelai, degli Emilifloris, di tanti anonimi dirigenti, provinciali, di minimo respiro intellettuale e di nessuna visione politica. Incompetenti, impresentabili, inefficienti, inefficaci. Soprattutto, è la gabbia che fa sì che una città bella e vivace sia rinchiusa in un presente di mediocrità dal quale potrebbe sfuggire per far emergere i propri talenti.
2. Il SPC (Sistema di Potere Cagliaritano) ha costituito una delle maggiori concentrazioni di resistenza al tentativo riformista di Soru, e di esso è parte da sempre anche Massimo Fantola, con annessi e connessi fin dentro il centrosinistra. Per questa ragione, tentare di  “uscirlo” dal Comune riveste una funzione immediatamente politica per tutta la Sardegna. Della sua miopia, del disinteresse per gli investimenti che avrebbero cambiato la città, dei danni ambientali e al patrimonio culturale, per la prima volta, gliene potremo chiedere conto senza scontar loro nulla.
3. La vittoria di Zedda consente di indebolire quell’area che, nel csx, è maggiormente imbrigliata con il sistema di potere cagliaritano (SPC).
4. Cagliari non può continuare a opporsi al resto della Sardegna come se fosse una città regia che si oppone al contado (significativa a questo proposito la Mostra tarocca sulle città Regie). Cagliari è città moderna, “in fusione”, di inurbati e in essa ci sono tante biddas che si sono mescolate agli eredi dei quartieri storici. Non altrettanto è accaduto a chi la dirige, che invece rappresenta al meglio lo spirito codino, reazionario, classista e razzista-antisardo e anti-migranti perché conformista e intriso di piccolezze, lo spirito podatario che non vuole l’apertura sociale e l’inclusione. Cagliari è forte in una Sardegna forte, e, soprattutto, Cagliari è Sardegna molto più di Orgosolo. Politicamente, almeno. Uno dei fili dell’ordito che Zedda è chiamato a tessere, è rappresentato dalla liberazione da questo spirito provinciale da piccola città chiusa verso il suo contado. Cagliari, nel suo spirito nuovo che vediamo nascere in questi anni, è una capitale, è una città aperta. E’ una città che cambia e che solo per stanchezza e pavidità viene interpretata come sempre uguale a quella che era, da gente che è sempre simile a se stessa.
5. Cagliari è città in cui stili di vita innovativi convivono con conformismi d’altri tempi. E’ città che pratica di nascosto, in cui le massonerie e i giri chiusi hanno, come è noto, la loro popolarità. E’ la città che ha espresso ben due delle 24 prostitute di Arcore, proiezione improvvisamente visibile dello spirito occultamente bagasso delle sue classi dirigenti. E’ una città in cui la politica non ha mai speso una parola sui diritti delle coppie di fatto, delle donne, dei gay, delle comunità migranti, delle donne e degli uomini soli. Se non il candidato espresso da SeL chi, in questa fase, può rovistare nell’agenda polverosa della solita politica (per chi voglia, consiglio la lettura del naftalinato testo cabrasiano http://vitobiolchini.wordpress.com/2011/01/24/primarie-del-centrosinistra-ecco-le-risposte-di-antonello-cabras-del-pd-alle-tredici-domande-su-cagliari/) e porre il problema dei diritti civili e dell’uguaglianza i diritti fra persone di condizione sociale eterogenea?

6. Cagliari è la sua area urbana, non può essere racchiusa in improbabili confini amministrativi che tutti attraversiamo quasi ogni giorno per andare al cinema, per farci una nuotata, per andare a lavorare o per farci analisi, senza badar loro. Il Sindaco di Cagliari deve pensarsi come il leader di questa conurbazione e soprattutto della sua sempre maggiore integrazione e vivibilità. La sua autorità travalica i confini amministrativi e, facendosi politica, riesce a rafforzare la sua città includendone l’hinterland, che ormai contiene un numero di abitanti più elevato dello stesso nostro Comune. Solo la sinistra è capace in queste condizioni di portare avanti una politica simile, in cui l’inclusione accompagni l’integrazione territoriale attraverso nuove politiche di mobilità (già prefigurate da Soru) ma anche mettendo in crisi quella sorta di specializzazione classista dei quartieri che la destra persegue favorendo la speculazione edilizia, con conseguente espulsione dal Comune dei giovani e dei lavoratori. Quindi, social housing e fine della gestione borbonica dell’assessorato comunale all’urbanistica che è il vero tappo di ogni tentativo di riuso e di recupero del patrimonio già edificato, soprattutto nel Centro storico, con la sua lentezza e con le sue resistenze.

7. Cagliari è insieme un patrimonio urbanistico, archeologico e culturale unico, ma è anche un luogo che contiene ricchezze naturali enormi. (a) chi può garantire se non Zedda di combattere l’arroganza degli speculatori e di difendere gioielli come Tuvixeddu, l’Anfiteatro Romano, ma anche il Centro storico degradato e spopolato, di lavorare sulle periferie e su Sant’Elia? Non certo Fantola e le sue già evidenti ambiguità con gli speculatori che non esitano a edificare su Tuvixeddu e su Santa Gilla, cioè su quello che ci resta della città fenicia e di quella giudicale, due unicità storiche che nessuna altra città può vantare. (b) quale altro candidato può essere il nostro, quando si pensa al Poetto, al compendio Molentàrgius-Saline, alla sorte che aspetta la Sella del Diavolo, Santa Gilla, il sistema dei Colli? Io spero però che Zedda superi l’ansia fighetta di tutelare e museificare e ragioni anche sulla protezione e, vorrei dire, l’esaltazione della cultura del popolo cagliaritano. Dei suoi mercati magnifici ma racchiusi in edifici a dir poco mediocri, del suo dialetto che si sta estinguendo, così ricco, così pungente, così denso di lasciti di una storia complessa e fortunatamente ibrida.

8. Sul piano economico, Cagliari è una città non solo commerciale, ma che ha espresso una cultura imprenditoriale vivace e per molti versi innovativa. L’informatica e internet, chiaramente, in una città dove è stata spedita una delle prime email in Europa ed è sede non solo di Tiscali ma anche di altre imprese del settore. L’incredibile fiorire dei b&b e di piccole imprese legate al crescente flusso turistico. Un polo fieristico allo sbando. In breve, tutte le attività produttive aspettano semplicemente una politica per la produttività e quindi per il lavoro produttivo, che privilegi questo aspetto rispetto all’assistenza e al terziario arretrato, a loro volta vero bartzolu del SPC. Non vale la pena seguirlo sul suo terreno, che è quello della garanzia della rendita, della speculazione, delle occupazioni improduttive, dell’assistenzialismo che spesso sconfina nell’elemosina. Questo non significa che un Sindaco non debba proteggere l’intero tessuto occupativo e produttivo presente. Tuttavia, da un candidato non implicato con il SPC ci aspettiamo una scelta per l’innovazione, una politica per la produttività, che potrebbe anche aiutarlo a rompere le barriere ideologiche e politiche: allargare il suo consenso.

Per questo, essenzialmente, dobbiamo prepararci a sostenere Massimo Zedda alle elezioni per il Comune di Cagliari. La battaglia sarà complicata e difficile, ma dobbiamo compierla tutti quanti. Da essa, comunque vada, il centrosinistra uscirà migliorato.

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