Home > Argomenti vari > Vecchi articoli: Legge sulla Ricerca, un’occasione a rischio Gestione in mano ai soliti noti terrorizzati da innovazione e cambiamento

Vecchi articoli: Legge sulla Ricerca, un’occasione a rischio Gestione in mano ai soliti noti terrorizzati da innovazione e cambiamento

22 Marzo 2011

Pubblicato su www.altravoce.net
2 febbraio 2008

di Alessandro Mongili *

Dobbiamo al prof. Gianluigi Gessa la legge regionale sulla “Promozione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica in Sardegna”. Si tratta di una iniziativa di grande rilevanza, per certi aspetti storica, poiché segna l’avvio di una politica organica dello sviluppo tecnico-scientifico in Sardegna. Penso che chiunque ami la ricerca, e magari ne abbia fatto una professione, provi un grande senso di riconoscenza per il prof. Gessa, per il suo lavoro e per i risultati che ha ottenuto per il bene pubblico.

Però, se è importante creare delle norme, occorre preoccuparsi anche della loro applicazione, e vigilare perché funzionino come fattori di progresso e di cambiamento. La legge, approvata l’11 agosto 2007, manca ancora di applicazione e, per certi versi, presenta sul versante applicativo alcuni aspetti poco chiari. Inoltre, non è affatto chiaro il modo in cui la legge sarà accolta, soprattutto nel mondo universitario: se avrà davvero rilevanza, o si ridurrà a un proclama o a un’occasione sprecata.

In una riunione pubblica dedicata alla discussione della legge Gessa sulla Ricerca, che si è svolta di recente presso la facoltà di Scienze politiche, molti intervenuti hanno sottolineato come nel testo non si parli di finanziamenti all’attività ordinaria dell’università, alle “infrastrutture” e alle solite cose sub specie immobiliare, tradizionalmente curatissime nella nostra Isola. A un certo punto, un collega ha osservato, nel suo intervento, che «questa legge è fatta per un’università che non c’è», e in questa frase ha riassunto tutto.

La legge funzionerebbe subito in un contesto in cui vi fossero università interessate, o almeno un po’ interessate, alla ricerca. Come quelle, ad esempio, che ci fanno sempre più concorrenza, e verso le quali numerosi i nostri studenti ormai corrono per completare i cicli di studi, o per specializzarsi. La reazione del pubblico non era certo entusiasta, e anzi in molti interventi ci si chiedeva come mai la Regione non si dia da fare per finanziare le attività ordinarie, così come sono, senza perdersi in queste stramberie. Come ha argutamente notato un mio brillante collega, notoriamente l’MIT avanza perché la “regione” del Massachusetts finanzia le sue nuove mense e, magari, dico io, la sede gemmata di Nantucket.

In generale, infatti, l’Università non favorisce la ricerca. Si fa molta didattica, e la ricerca (che significa anche apertura e scambi continui con il resto del mondo) è vista come un capriccio, a parte qualche eccezione. A Cagliari, nel corso dell’ultima riunione del Senato accademico (23 gennaio 2008), per dire, si è deliberato di vietare la concessione dei nulla-osta ai soli ricercatori, in modo che non possano più fare dei corsi in altre Università (in aggiunta al loro carico didattico normalmente espletato da noi). Sfidando ogni retorica pubblica relativa all’internazionalizzazione, i membri del Senato accademico hanno attaccato la consuetudine accademica di favorire la circolazione ad ogni livello dei ricercatori, che non può che migliorare, ovviamente, il clima intellettuale. Peraltro, questa possibilità è lasciata agli associati ed agli ordinari, non si capisce bene in base a quale principio.

Magnificenti segni di apertura provengono, dunque, dal Bastione del Balice. A livello nazionale i segni sono analoghi. Come ha mostrato Salvatore Settis in un suo recente articolo, fra i 35 vincitori italiani dei primi finanziamenti (molto consistenti) erogati dal neonato European Reasearch Council, solo 5 provengono dai Dipartimenti universitari. Inoltre, fra i vincitori italiani (che, nota positiva, sono molti) solo 22 svilupperanno le loro ricerche da noi. Ben 7 prendono i soldi e scappano. All’estero. In sintesi, da noi la ricerca è una cosa in più, e si preferisce di gran lunga il ripasso. In molti settori, è diffuso il malcostume di occupare posizioni universitarie senza avere un dottorato, o di presentarsi ai concorsi con monografie pubblicate a pagamento e mai distribuite dagli editori, i cosiddetti vanity books che costituiscono una vergogna nazionale, già denunciata più di venti anni fa da Umberto Eco. Senza considerare poi il traffico dei concorsi, le parentele troppo diffuse, le appartenenze politico-assessoriali, e i convegni passerella che poco hanno di scientifico ma molto di sindacal-assessorial-entestrumental.

Ovvio, non si può generalizzare, all’Università c’è gente magnifica e appassionata del proprio lavoro. Tuttavia, sarebbe da irresponsabili non pensare a com’è fatto un mondo per il quale si scrive una legge innovativa, e non prepararsi alle fameliche pressioni volte alla pura riproduzione dell’esistente: un conatus, però, resistibile, con un intervento politico decisivo in sede di regolamentazione.

L’ideale sarebbe che la Regione facesse come si è fatto in Catalogna o in Alto Adige, istituendo ex novo almeno una sede universitaria (come la Pompeu Fabra o la Freiuniversitaet a Bolzano) che abbia, per quanto è possibile, le stesse caratteristiche di libertà e di serietà delle università di ricerca con cui dobbiamo confrontarci, che ormai non sono solo quelle americane, britanniche o del Nord Europa, ma anche quelle indiane, cinesi, ecc. Per ora, di questo non si parla, ma credo che prima o poi, se la struttura complessiva dell’università italiana non dovesse migliorare, la parte interessata allo sviluppo dell’Isola dovrà porsi seriamente il problema di uno degli snodi essenziali di ogni sviluppo contemporaneo, cioè della nascita di attività di ricerca avanzate in Sardegna (e in Italia) non più come avventure episodiche, ma come strutture permanenti.
Troppa burocrazia e troppi printzipales

A mio avviso, la legge Gessa presenta alcuni aspetti poco chiari che in sede applicativa possono creare problemi alla crescita dell’innovazione. Essa istituisce tre organi fondamentali per la sua applicazione: la Consulta regionale per la ricerca, i Comitati tecnici consultivi e l’Anagrafe della ricerca.

Alla Consulta è demandato il compito di dare le indicazioni generali, attraverso due strumenti detti Piano regionale della ricerca e Piano regionale di sviluppo. È guidata dall’Assessore e composta dai Rettori, dai delegati delle ASL (?!), degli Enti di ricerca, di Sardegna Ricerche, delle imprese, dei sindacati, di AGRIS. Incredibile: si è trovato posto per tutti questi printzipales ma non per i ricercatori! Manca solo l’Arcivescovo Mani. Per coloro che fanno la ricerca, cioè stanno nei laboratori, scrivono i paper, verificano ipotesi, progettano dispositivi, analizzano fenomeni. Insomma, sanno di che cosa si tratta. Per loro, niente, mentre per i mariomedde ulteriori gettoni e gratifiche.

Si tratta chiaramente di un organo che può imporre delle linee di ricerca astratte o (nella migliore delle ipotesi) troppo legate ai mainstream, e non rispondenti alle tendenze realmente innovatrici presenti nel mondo della ricerca. Un pessimo finanziatore e, suppongo, poco innovativo. L’unica speranza è che la Consulta sia solo un organo cerimoniale e non faccia troppi danni. Conoscendo però l’innata fame di riconoscimento di questi personaggi, mi permetto di dubitarne.

L’altro organo è il Comitato tecnico consultivo. In realtà, sono cinque, per le diverse aree del sapere. Ognuno di cinque membri. Costoro, scelti fra “esperti di comprovata competenza” non meglio specificati, sono nominati dalla Giunta regionale su indicazione della Consulta (cioè dei burocrati prima elencati), sentito il parere della Commissione consiliare competente (che entrerebbero così, caso veramente inedito, nelle decisioni scientifiche senza alcuna mediazione). Ma non di ricercatori che ne capiscano qualcosa, di ricerca.

Anche qui, manca solo il Consiglio delle autonomie, il CREL o, magari, il TAR del Lazio. Per cui, mastellico more, ci sarà l’esperto comprovatissimo in quota masson-immobiliare di destra, quello in quota Rifondazione, l’altro in quota Nord Sardegna, il cislino e nessuno in quota Scienza, nessuno in quota Tecnologia e nessuno in quota Ricerca. Nessuna garanzia che la competenza comprovata escluda le mogli di, gli affiliati di, gli ordinari senza dottorato, gli arrabattoni da vanity books, e altra simpatica fauna accademica e da entediricerca assistito. Anzi, tutto sembra fatto apposta per loro. Nessuna garanzia di rigore nella selezione dei progetti. Un grande pericolo!

Infine, l’Anagrafe della ricerca. Anche in questo caso, si privilegiano le istituzioni rispetto ai singoli ricercatori, i gruppi di ricerca rispetto alle reti multidisciplinari e in cui la ricerca è distribuita in luoghi e organizzazioni diverse (la vera novità contemporanea). Saranno solo loro ad essere censiti. L’Anagrafe potrebbe fornire i dati per un sistema di valutazione dei singoli ricercatori operanti sul territorio regionale, se solo lo prevedesse. Al contrario, tutto è vago su questo versante, mentre i riferimenti agli enti e alle imprese si sprecano: l’Anagrafe diventerà una vetrina delle istituzioni esistenti, senza che si capisca bene chi c’è dentro e qual è il livello dei ricercatori che le compongono.

Un’anagrafe diversa potrebbe anche creare un necessario discrimine fra i ricercatori “veri” e i “ripassatori” da sbarco, favorendo anche la formazione di rappresentanze molto più utili e efficaci dei comitati tecnico-consultivi (che denominazioni terrificanti, fra l’altro), ai fini della formazione di indirizzi politici.

L’impianto della legge, sul versante dell’applicazione, è sostanzialmente conservatore, e preconizza una governance del settore verticista e burocratica. Per cui, per i prossimi vent’anni, il ripasso si potrebbe fare più intenso e più ricco (cioè finanziato coi soldi di tutti ma senza grandi risultati). L’idea che sembra sottendere questo progetto non pare prendere in considerazione altre idee della scienza se non quella cumulativa, per cui è meglio non innovare troppo e comunque che lo si faccia solo dopo l’emanazione di appropriate direttive da parte degli organi competenti.

Nel mentre, ci supererà anche l’Indonesia, però almeno la nostra sarda dignità sarà difesa e gli onorati “Quaderni Sardi di Qualsiasicosologia” faranno la loro sempiterna porca figura dagli scaffali polverosi delle nostre vetuste istituzioni accademiche. Intonsi. La partecipazione dei ricercatori sardi al sistema mondiale della ricerca avanzata (che dovrebbe essere il fine di questa legge) sarà ancora una volta lasciata alle iniziative individuali circondate dai mugugni e dai boicottaggi dei colleghi conservatori.
I possibili rimedi

L’unica possibilità di bloccare, almeno parzialmente, questa deriva risiede nello scrivere un regolamento della legge che eviti, almeno, gli esiti peggiori. Posto che, privi di rappresentanza, i soggetti portatori di interessi provenienti dal mondo della ricerca e dell’innovazione sono stati espulsi dai processi decisionali dal dispositivo della legge, occorre regolamentare in modo severo l’accesso alla posizione di esperto nei Comitati tecnico-consultivo. Deve essere chiaro che queste posizioni devono essere ricoperte solamente da figure professionalmente inattaccabili: ovvero che abbiano una formazione accademica standard (nessuno senza un dottorato di ricerca), che facciano o abbiano fatto ricerca (ovvero che abbiano pubblicato su riviste in cui esista il referaggio, che abbiano pubblicato monografie distribuite e reperibili in commercio o in possesso di biblioteche importanti e, che, nei settori più propriamente scientifici, abbiano un fattore d’impatto delle proprie pubblicazioni dignitoso).

Sarebbe opportuno, inoltre, che almeno tre dei cinque membri dei Comitati non provengano dalla ricerca che si fa in Sardegna, in modo da sganciare l’assegnazione dei fondi dalle inevitabili clientele e da agganciarlo maggiormente alle correnti internazionali. Inoltre, visti i chiari di luna, sarebbe a mio parere importante introdurre alcune norme di risanamento morale, che escludano esplicitamente la possibilità di assegnare finanziamenti o premialità a membri delle stesse famiglie (in senso non metaforico).

Infine, sarebbe bene che l’Anagrafe della ricerca permettesse di costituire non solo una base di dati utile per le politiche (cioè un censimento delle strutture, dei gruppi e dei progetti di ricerca), ma anche uno strumento di valutazione il più possibile neutrale e oggettivo delle qualità scientifiche dei singoli ricercatori. Esistono già molteplici tentativi di questo tipo ai quali ci si può ispirare. Questo con il fine, soprattutto, di evitare che vadano soldi e sostegno a ricercatori poco o per nulla formati e adatti al lavoro di ricerca, e che quindi il nostro sforzo si risolva in uno spreco.

La politica della ricerca può essere progettata dai politici, ma poi potrà avere successo solo incarnandosi in comportamenti virtuosi di chi, ogni giorno, fa ricerca e la organizza. La Regione ha fatto tantissimo con questa legge, anche se a mio parere si tratta di una legge migliorabile. Tuttavia, essa si trova di fronte altri soggetti della politica della ricerca. Fra di essi, le Università sarde. Storicamente poco interessate a questo “capriccio”, come tutte le Università italiane, esse dovrebbero cogliere la sfida che questa legge pone e puntare finalmente sulla ricerca e sulla qualità. Puntare sul loro stesso mutamento.

Abbiamo un’occasione storica e non dobbiamo lasciarcela sfuggire. L’Università di Cagliari può farlo fra breve, poiché dovrà rinnovare i suoi vertici. Servono candidature nuove, scientificamente autorevoli e sganciate dalle logiche delle appartenenze. Sinora, non se ne vedono molte. Il costo da pagare per la mancanza del coraggio di innovare potrà essere pesante, e a brevissima scadenza.

Dipartimento di Ricerche Economiche e Sociali – Università di Cagliari

Categorie:Argomenti vari Tag:
I commenti sono chiusi.