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Includere le memorie sommerse di Cagliari

9 Aprile 2011

Intervento da me tenuto il 5 aprile 2011 all’iniziativa “Cagliari città sarda. Bilinguismo e simboli della capitale della Sardegna/Casteddu tzitadi sarda. Bilinguismu e sinnus de sa capitali de Sardigna”, a sostegno alla candidatura di Massimo Zedda a Sindaco di Cagliari, promossa dall’Unione comunale di Cagliari del Partito democratico e dalla Federazione della Sinistra di Cagliari.

Vorrei esprimere qui il mio endorsement alle candidature a consigliere comunale per Marco Murgia (Partito democratico) e per Enrico Lobina (Federazione della Sinistra), sicuramente due ottimi candidati che in Consiglio lavorerebbero con serietà, competenza e passione.
Un ringraziamento particolare a Claudio Coletta per avermi aperto la mente a questi problemi.

La situazione

Negli ultimi tre anni sono state intitolate strade a Giuseppe Anedda, Roberto Baden Powell, Giovanni Barbini, Antonio Basso, Nicola Calipari, Carlo Caschili (per lui una deroga, considerato che è scomparso da poco), Guido Cavallo, Francesco Coco, Brancaleone Cugusi di Romana, Francesco De Pinedo, Piero Dessì, Don Aldo Matzeu, Giovanni Garau, Giovanni Paolo II, Pietrino Moi, Luigi Giussani, Giovanni Palatucci, Roberto Pisano, Giuseppe Pitzorno, Aldo Scardella, Salvatore Sole, Antonio Spanedda. Fratelli Pisu (guerra di Spagna, fascisti, A.M.).

La commissione toponomastica è costituita dal sindaco Emilio Floris, dal presidente del Consiglio Comunale Sandro Corsini, da Edoardo Usai, assessore della Toponomastica, dai consiglieri Ettore Businco, Salvatore Mereu, Raffaele Bistrussu, Claudio Cugusi, Massimo Zedda, da Ada Lai, capo area servizi al cittadino, dagli storici Francesco Cesare Casula e Lucio Artizzu. Alle sedute partecipa anche il presidente della circoscrizione di cui fa parte la strada da intitolare.
Dal sito web del Comune di Cagliari

Qual è lo stile dello stradario di Cagliari? E’ da liceo, e infatti che la cultura dei licei e la toponomastica cagliaritana si assomiglino non deve essere molto casuale. Casa Savoia, Risorgimento, Viceré e personaggi dell’élite piemontese “viceregia”, Papi, santi e religiosi. Militari. Luoghi stranieri rivendicati dal nazionalismo fascistoide all’Italia o annessi all’Italia (Fiume, Zara, Pola, Trieste, Trento, Malta, ecc.). Scrittori, solo italiani.
Questa destra segue la stessa linea, ma passa alle seconde o terze file: Don Giussani (ad gruppum influentiae), amighixeddus vari, sportivi, militari, bastat chi apant incrubau sa schina. Glorie locali. Nessuna visione più larga di quella rappresentata dalla lingua e dai riferimenti della classe neo-podataria, da monumentalizzare. Significativamente, vengono ricordate date nefaste, come il 28 Novembre 1847 (la “Fusione perfetta” con gli Stati di Terraferma) e, fatto più grave, personaggi ambigui e in alcuni casi moralmente spregevoli a causa della loro collaborazione con il regime fascista, fra cui risalta un ex-podestà di Cagliari cui è stato addirittura intitolato il Terrapieno, uno degli spazi più importanti della città, e una serie di militari che si sono macchiati di sangue innocente nel corso delle aggressioni fasciste in Spagna e nei Paesi che l’Italia – in un’orgia di crimini e di massacri diretti in particolare contro i civili – ha tentato di colonizzare, spingendo il carattere autoritario della costruzione nazionale unitaria ben oltre lo spazio geografico della Penisola, secondo una tendenza che ci ha portato al fallimento del progetto “Italia” col fascismo e, oggi, col berlusconismo. Fra di essi, risalta lo stesso Aeroporto di Elmas (oggi fuori dai confini comunali). Fra le vittime del fascismo, mai ricordate, fa eccezione Mafalda di Savoia, e non si capisce bene perché. Ovviamente è stato invece dedicato uno spazio alle vittime degli infoibamenti titini, che erano al 90% sloveni e croati ma che vengono ricordati come “vittime italiane”.

Questa scelta che denomina i luoghi della nostra vita secondo una tendenza ha un prezzo. Sono infatti state cancellate soprattutto le denominazioni originarie, che ricordavano mestieri, usi popolari, funzioni urbane e caratteri del territorio praticati per secoli. La storia sociale della città, nella sua imponente stratificazione storica e linguistica, lunga per i quasi tre millenni di storia di Cagliari, è la vera vittima della scelta di fare implodere una storia di un popolo antichissimo, come quello cagliaritano, in un paio di episodi, sicuramente secondari nella longue durée, come il Risorgimento o l’Irredentismo patriottardo e fascistoide degli italiani, da noi del tutto incidentalmente condiviso e anche in modo superficiale. Così, Ruga de is Argiolas (“via delle aie”) e Ruga de is Incastrus sono oggi  via Garibaldi (cui è dedicata in sovrappiù anche una Piazza); Ruga Dereta, via Lamarmora; Ruga de is Prateris (degli Argentieri), via Mazzini; Ruga de sa Costa, via Manno; Ruga de su Brugu, Corso V. Emanuele; Pratza de su Mercau, Largo Carlo Felice ecc. Centuscalas,  Via Anfiteatro. Pochissimo spazio e risalto è dato alla storia e alla cultura sarda, soprattutto se non ha legami con la camarilla casteddaia. Via Eleonora d’Arborea è una strada secondaria, nessuna strada è dedicata a Mariano IV d’Arborea, ad Amsicora e Josto, ai Morti di Buggerru, a Enrico Berlinguer, ad eventi quali il 28 Aprile (sa dii de s’aciapa nella memoria popolare, oggi “Die de sa Sardigna”), la rivoluzione operaia cagliaritana del 1906, la Battaglia di Sanluri del 1409, così come ai Nuraghi (una viuzza a Pirri), alle Domus de Janas, alla Carta de logu, ai Condaxes e ad altri monumenti materiali e immateriali della nostra esperienza storica.
Ancor meno spazio è dedicato all’uso della lingua sarda, che è ridotta ad alcuni nomi di luogo (Via is Guadatzonis, via Sant’Alenixedda), ma mai, come a Venezia, a Barcellona ecc. utilizzata per denominare gli spazi (non si usa mai “ruga”, “pratza”, “bia”, “strintu”, “stradoni”, “pratzixedda”, “pratzita”, per esempio). Insomma, anche per la toponomastica il sardo è un dialetto.
L’insieme è provinciale, un po’ da libro Cuore un po’ caratterizzato dal solito servilissimo “siamo quelli che parliamo meglio l’italiano” (pur avendo la nostra lingua che allegramente dimentichiamo). Il motto da incrua-schina regna sempre: meglio imitare che provare ad esprimersi.

La memoria come costruzione, il ruolo del potere, le memorie sommerse

Tutto questo è perfettamente normale. Ovunque, in ogni città, la toponomastica registra la stratificazione storica, ma in modi diversi. In Giappone, com’è noto, non esiste, e anche le megalopoli non hanno indirizzi. Gli indirizzi sono nati in Occidente, assieme al sorgere delle Polizie, e dunque a cavallo del XVIII e del XIX secolo. In genere, si procedeva come un tempo nei paesi e nelle campagne sarde, in cui esistevano nomi tradizionali, spesso nuragici e incomprensibili a un sardo moderno, ma che ci riconnettevano con la stratificazione storica e con il nostro passato. Nelle società in cui il potere dello Stato è diventato pervasivo e performativo dei nostri comportamenti e delle nostre identità personali, le denominazioni dei luoghi sono diventate campi di battaglia in alcuni luoghi, autoritari, oppure hanno raccolto elementi provenienti da diverse memorie e diverse istanze, come nei Paesi più liberali. La memoria collettiva è infatti il frutto di una costruzione sociale che stratifica alcuni suoi esiti. La sua posta in gioco è il passato, o meglio, la ri-costruzione del passato nel presente. Non a caso Benedetto Croce diceva che “La storia è sempre contemporanea”.  Se il passato è la posta in gioco, i luoghi di questa battaglia sono da un lato il linguaggio, dall’altro i punti di riferimento nello spazio e nel tempo, i “quadri sociali della memoria”, come diceva Maurice Halbwachs, l’allievo di Emile Durkheim e grande amico di Marc Bloch, morto a Buchenwald nel 1945.
Oggi qui parlerò solo del problema degli spazi, ovviamente, anche se l’uso dei calendari e dei linguaggi sarebbe interessantissimo da analizzare.
Dunque, come ho detto, gestire il passato nel presente corrisponde a una pratica sociale (e nelle società moderne sempre più politica) che si esteriorizza e si deposita in oggetti: monumenti, denominazioni, intitolazioni, ricorrenze, coccarde, ecc.
Se si analizza in quest’ottica la toponomastica cagliaritana, essa appare talmente univoca e coerente, da non lasciare dubbi. Si tratta di un monumento ininterrotto al dominio e alla mediazione con il dominio, ai padroni di là del  mare e ai loro podatari locali. In essa si esprime il tentativo violento e irrispettoso non tanto di egemonia culturale à la Gramsci, ma di vero e proprio dominio e eliminazione di chi non sia legato ai padroni, ai loro servi locali e agli eroi e alle epiche che ne legittimano il dominio.
Nelle società democratiche e liberali, almeno, queste pratiche di memoria hanno natura dinamica e conflittuale. Ad esempio, in California tutti o quasi i toponimi messicani, precedenti alla conquista USA del 1846, sono ancora usati (così Los Angeles e non The Angels, Laguna Seca e non Dry Lagoon, ecc.), come tanti toponomi nativi. Le vie e i viali sono numerati e non intitolati, e raramente a politici (in genere la “main street” in California si chiama Market Street, per esempio). Il padre Junìpero Serra, un prete cattolico messicano che fondò il sistema di missioni cattoliche da cui sono nate quasi tutte le città californiane, è generalmente ricordato anche se non era certo uno yankee, nonostante a mio parere fosse uno schiavista che sfruttò i nativi,  così come Martin Luther King jr. ma anche l’eroe degli operai messicani sfruttati in California, César Chávez. Spesso anche gli eroi dei movimenti femminista e per i diritti Lgbt, magari accanto ai primi presidenti degli USA e a eroi di guerra. Tutto con grande parsimonia, e producendo un insieme di denominazioni in cui ogni aspetto della storia è monumentalizzato, con grande rispetto per le minoranze, la storia sociale, le persone che nei luoghi hanno sviluppato attività lavorative memorabili, e accompagnato dalla riscoperta ricorrente di attività, eventi, luoghi, persone la cui memoria era stata sommersa da sconfitte temporanee, da stigmi, da esclusioni, in cui si manifesta una sensibilità democratica costante e anche il riconoscimento della positività del conflitto.
Infatti, una politica democratica della memoria materializzata in denominazioni ha la responsabilità di includere nelle pratiche di memoria anche le memorie sommerse, poiché per tutti coloro che hanno partecipato alla stratificazione storica di cui siamo figli occorre rispetto. Senza tutti loro non saremmo “noi”.

La toponomastica come elemento di organizzazione della vita quotidiana

Ciao, se devi fare una passeggiata a piedi, ti consiglio la zona di castello, a partire dal bastione di Saint Remy per poi proseguire in tutta quella zona, ci sono delle zone veramente belle e caratteristiche. Inoltre in alcuno punti, potrai godere di un bellissimo panorama, purtroppo non mi ricordo mai i nomi delle vie, altrimenti potevo essere più preciso. Ti consiglio inoltre il colle di San Michele, il parco è stupendo e potrai anche vedere il castello che c’è nella sua sommità, senza contare che anche da li hai un bellissimo panorama.
da “Yahoo! answers”

Il problema che la stratificazione storica della nostra città e del nostro popolo sia implosa in un solo momento della storia (il Risorgimento, il fascismo o come lo si vuole chiamare, ecc.) è un problema simbolico, culturale. Ma nel nostro caso si tratta di simboli completi, di simboli concreti, che noi ci ritroviamo al quotidiano. Infatti, nelle società complesse in cui viviamo, il mondo sociale è mediato da testi, da scritture, e da denominazioni di luoghi e di strade. Per muoverci, per organizzare le nostre attività anche banali, per descrivere i territori che attraversiamo e viviamo, abbiamo bisogno di mappe con cui plasmiamo le nostre esperienze di quei luoghi stessi e quindi della nostra stessa vita. Si tratta di elementi organizzativi della vita dei cittadini.
Denominare i luoghi e, come a Cagliari, colonizzare le denominazioni in relazione all’esigenza di monumentalizzare un dominio, un potere, e la sua genealogia, ha un effetto performativo, cioè rientra nell’uso quotidiano della gente e lo condiziona, lo forma. Se un bambino vedrà le strade intitolate a fascisti, eroi del risorgimento, membri di casa Savoia, in modo ininterrotto come a Cagliari, tutte scritte rigorosamente in italiano, e una viuzza solamente dedicata a Eleonora d’Arborea, avrà maggiore facilità a considerare normale che la storia della Sardegna, la storia delle donne, e la sua appartenenza a questa discendenza non contino nulla, mentre i Garibaldi, le epopee dell’Irredentismo e i cesaribattisti, l’Italia “sublime patria nostra” e tutte queste belle cose, continuamente monumentalizzate anche se tutte estranee alla sua storia personale, siano cose superiori. Incidentalmente, penserà che è sempre meglio imitare queste che esprimere quelle.
Il cittadino infatti dà per scontate le denominazioni, ma le denominazioni non arrivano dal cielo, sono il frutto di battaglie che i nonni del cittadino hanno perso. Usandole, il cittadino le attualizza, le performa, le rafforza ancora di più.

Credo che una politica democratica della gestione della memoria sia necessaria a Cagliari, e che abbia la responsabilità di includere nelle pratiche di memoria anche le memorie sommerse.  Le proposte politiche che io faccio, a questo proposito, sono le seguenti:

  1. Occorre fare riemergere la memoria della creatività e dell’esperienza storica del popolo cagliaritano, che è sommersa perché, anzitutto, la lingua che questo popolo ha creato in più di 1000 anni di storia, il sardo e il sardo parlato a Cagliari, sono sommersi. Nessuna via è chiamata Ruga, nessuna piazza Pratza, nessun viale Bia, nessun vicolo Strintu, neanche in modo bilingue. Non dico che si debba fare come a Venezia o a Barcellona, dove tutte o quasi le denominazioni sono SOLO in veneziano o in catalano! Però, un minimo di rispetto per se stessi è necessario.
  2. La Memoria della stratificazione storica, così come si è depositata in modo consuetudinario, deve essere rispettata, per cui restituiamo alle strade i nomi dei mestieri, degli usi, degli spazi, prima ancora di pensare a ridenominare i luoghi intitolandoli a persone non di destra e non podatari. Sono nomi ricchi e belli, e ci riuniscono alla profondità trimillenaria della nostra storia urbana, al lavoro degli uomini e delle donne, ai nomi di quelle che furono campagne, in periferia. Non possiamo considerare il nostro passato imploso solamente nella vicenda risorgimentale. E’ pazzesco!
  3. Dedichiamo le strade a personaggi con parsimonia, e a personaggi importanti veramente. Fra di essi, non dimentichiamo le donne, così poco rappresentate, i personaggi eminenti della nostra storia, molto più significativi di oscuri viceré piemontesi, gli episodi della nostra storia.
  4. Conduciamo una battaglia perché, sulla scorta del principio affermato nella Legge sulla Memoria di Zapatero del 2007, nessuna strada sia dedicata a chi si è compromesso con regimi totalitari. Per cui via i fascisti, tutti i fascisti senza nessuna eccezione, di cui Cagliari pullula, compreso l’Aeroporto. Si tratta solo di delinquenti, di delinquenti morali in alcuni casi, che si sono compromessi con la tirannia ma spesso si sono sporcati le mani di sangue innocente, e che non possono essere onorati da nessuna città civile. Via anche le strade dedicate a membri di Casa Savoia, soprattutto i più compromessi.

Non dobbiamo avere nessun timore a ritoccare tutto l’impianto della toponomastica in un’operazione di ecologia delle denominazioni da sviluppare con cura, proprio perché, come giustamente dice Vendola, il problema non è Berlusconi ma il berlusconismo, cioè l’egemonia culturale di quello che Calamandrei chiamava “il Partito dominante” italiano, che si manifesta anche in quest’ambito.

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