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Archivio Maggio 2011

Il corpo di Massi

Devo ammetterlo, sul principio io non ero per nulla convinto della candidatura di Massimo Zedda, anzi ero scettico, mi sembrava un giovane vecchio, uno di quelli svezzati direttamente in Sezione.
Mi sbagliavo, e con me in tanti, abituati a giudicare secondo parametri ormai obsoleti. Dovevo seguire uno dei miei princìpi, quel “Non pensare, guarda!” di Ludwig Wittgenstein che mi ha sempre portato fortuna. Ma nessuno è perfetto, figuriamoci io.
Massi Zedda (così l’ho sentito chiamare tante volte) è un leader di tipo nuovo. Ha ricevuto tantissimi voti anche da gente che ha compiuto un voto disgiunto, convenzionalmente di destra, oppure da chi si era rifugiato nell’astensione. Mentre tutta l’anima castosaura, identitaria della sinistra osservava impaurita e commentava sarcastica (“figureusindi custu imoi, si pìgara una bella stamburrada, Vince Fantola, Vince Cabras, ma figurati questo ragazzino…”), Massi ha prima vinto le primarie, poi ha imposto alle camarille casteddaie (pessime ma toste, come sappiamo) di scendere sul terreno politico, imponendo al Vicefantola il ballottaggio, ma da una posizione di debolezza. Praticamente, un sogno, almeno per me. Non ho creduto in Cabras né l’ho votato alle primarie, ma non riesco ad immaginarlo al posto di Zedda, non penso che sarebbe mai riuscito ad andare neanche al ballottaggio se non in assenza degli elettori, come aveva fatto l’ultimo-dei-vecchi, il pur intelligente Milia.
Da cui ne consegue: 1. Che i soloni della sinistra cagliaritana e sarda, gli stessi che hanno sabotato Soru, non capiscono un tubo di politica. Anche se hanno piazzato loro uomini in Consiglio a fare i loro compitini, hanno dimostrato negli ultimi due anni incapacità di leadership, assenza di visione e speriamo che nuovi leader li rottamino al più presto e che questi nuovi leader non siano i loro “pitzinni d’andira”, i loro ragazzini delle commissioni. 2. Che Zedda è il primo leader “metropolitano”, radicalmente urbano che esprime la sinistra sarda, e questo è un gran bene.
Spiego il punto 2. Zedda, “Massi”, ha ricevuto tantissimi voti da persone che hanno votato liste di destra. Perché l’hanno scelto? I soliti ideosauri diranno, perché i Floris…, per fare dispetto a questo o quella famiglia, e altre spiegazioni vagamente dietrologico-ripetitive. La mia ipotesi è un’altra, ed è che su Zedda si sia orientato non solo un voto di “opinione” , ma anche un voto emozionale, che come per Vendola, forse in parte per Soru, per Berlusconi perfino, si esprime per un’affinità non totale, ma parziale. Estetica e emotiva, basata su impressioni fuggevoli e rapide relative all’età, al tipo di linguaggio, allo sguardo, al coraggio di mettersi in gioco e di sfidare. All’aspetto, anche. Un voto tipicamente urbano, che si rivolge a chi non si conosce, a chi non fa parte dei propri giri, e che si giudica rapidamente.
Il corpo di Massi, come quello di altri leader (e perfino, in negativo, di Bersani) è un palinsesto, sul quale Zedda inscrive gentilezza, interesse per l’interlocutore, ma soprattutto segni vestimentari che non sottolineano la ricerca della differenziazione, ma dell’associazione con gli interlocutori. Il dialogo insomma, una comunanza segnata anche dal fatto che si gioca assieme nel sistema della moda. Non si ritrovano nel suo corpo i segni identitari del suo Partito, così sbandierati e così minoritari, certo romantici, ma datati. Non è un corpo mummificato come quello di Berlusconi, prevedibile, conservato, immobile nei suoi doppiopetti e maglioncini. E’ immerso nei flussi di segni e di simboli che inscrivono, magari per poco tempo, i corpi di noi contemporanei, senza più identità precise, nervosi ma liberi. Per dirla in breve, è sensibile alle mode e non si veste sempre nello stesso modo.
In tutte le società metropolitane e nelle città, lo scambio simbolico rappresentato dalla moda è un linguaggio centrale, più ancora dei “ragionamenti”. Questo non tanto perché si è più superficiali, quanto perché si ha fretta e i rapporti sono rapidi, e si comunica per segni veloci che si portano addosso. Cagliari è una città in cui il sistema della moda si muove a ritmi veloci, anche se non è New York. E Cagliari è una città in cui i corpi valgono, essendo anche una città di spiaggia (pur non raggiungendo le follie di Rio de Janeiro). Fra i giovani, in particolare, le mode sono trasversali e non testimoniano più né un’appartenenza di classe, né un’appartenenza di ceto, se non per sfumature, e hanno un ruolo comunicativo importante.
Se il giubottino N/S di Vicefantola è diventato un oggetto politico, leggermente fake e in qualche misura incongruo, ad esso Massi ha opposto la sua naturale appartenenza alle persone “normali” vestendosi come loro, parlando come loro, guardandoti e ascoltandoti come loro. E il fatto è che Massi è risultato assolutamente congruo a chi lo osservava. Questo l’ha capito l’arguto autore delle strisce quotidiane su facebook “Intanto in viale Trento…”, il Fauno Banana, che ha inscritto Massi in parodie che si giocavano sul suo corpo e sul suo “comunismo al mojito”, che credo abbiano contribuito alla percezione non disincarnata di questo leader politico, ma corporeizzata.
Magari mi sbaglio, ma sono convinto che questo abbia contribuito a svecchiare di colpo la sinistra più di tanti discorsi, a farle rompere il muro di alterità e spesso, purtroppo, di alterigia che la rende insopportabile a chi non ha dottorati di ricerca e spesso neanche un diploma di scuola media superiore, a chi con onestà si incuriosisce delle nuove tendenze della moda o delle ultime partite di calcio e quando sente i politici cambia canale. Insomma ha permesso di stabilire una qualche forma di comunicazione con loro. Che poi sono gli elettori, quelli che pensano che Via Emilia si equivalga a via Romagna. Zedda col suo corpo-palinsesto ha creato quel nesso fra sinistra e libertà che non riuscivamo a creare ed ha intaccato  il nodo fra sinistra e dover essere che dava spazio ai vari sciu-totu da sezione e a chi scambia la sinistra per la cattedra, ma che allontanava (et pour cause) così tanta gente da noi.
Ovviamente, ci sono altri motivi importanti per spiegare questa cosa meravigliosa che ci è successa. Ma questo punto mi sembra importante metterlo in evidenza, a scorno di chi pensa che tutto sia ragione, ragionamento, schema, e che ci ha ammorbato per troppo tempo.

Letterature tagliate d’Italia

Anna Bogaro
“Letterature nascoste”. Prefazione di Tullio De Mauro
Carocci: Roma 2010, € 21,70, pp. 214

“Necropoli” di Boris Pahor, uno dei libri più importanti sui lager nazisti, ha avuto tanti lettori. Quando nel 2008 uscì da Fazi e i giornali ne parlarono, mi resi conto che si trattava di un libro che avevo già letto negli anni ’90. In francese però. E il libro era stato scritto nel 1967! In sloveno.
Il libro è stato scritto da un triestino, cittadino italiano, laureato a Padova, che ha fatto la guerra di Libia, è stato deportato nei lager, si è opposto a Tito (denunciando le foibe che, contrariamente a quel che si sproloquia, hanno toccato al 90% sloveni e croati e al 10% italiani, ma tutti non comunisti). Feltrinelli respinse il manoscritto, e per quarant’anni sparì dalle lettere italiche. Pahor, insignito di molti riconoscimenti internazionali, candidato al Nobel per la letteratura, è stato infine invitato alla Televisione italiana solo nel 2008 da Fabio Fazi, a 90 anni.

La felice espressione “monolinguismo isterico”, a proposito del rapporto dell’Italia con le lingue minoritarie (ma anche con le lingue straniere e con molto di ciò che è nuovo e straniero), coniata dal linguista iglesiente dell’Università di Amsterdam, Roberto Bolognesi, mi sembra perfetta per la vicenda di Pahor. La negazione per la lingua sarda, la sua dialettizzazione, praticata dalle nostre istituzioni politiche e accademiche, mi sembra sia da leggere in chiave italiana più che locale.
Non sappiamo se esista una differenza di essenza fra lingua e dialetto, però sappiamo che la costruzione dell’Italia ha incluso la negazione e lo sradicamento di qualsiasi altra lingua e letteratura al di fuori di quelle italiane: una pratica politica molto performante, sino a oggi.
Il libro di Anna Bògaro ci mostra questo dispositivo di esclusione e negazione della diversità letteraria in Italia in atto ovunque, dalle vallate occitane a quelle ladine, da Trieste a Sassari, dalla Barbagia alle comunità italo-albanesi e grecaniche del Mezzogiorno, dal catalano di Alghero al friulano (lingua in cui hanno scritto anche Pier Paolo Pasolini e Carlo Sgorlon): un elemento unitario rispetto alla diversità delle esperienze letterarie, che Bògaro ripercorre con perizia, seguendo i due cammini, l’analisi della politica linguistica dello Stato, e l’analisi della diversità delle esperienze letterarie minoritarie.

Il libro ha il grande pregio di farci riflettere in chiave comparativa sull’esperienza letteraria in lingua sarda e nella lingua dominante. Molto diversa dalle altre minoranze.
Il primo dato riguarda il lettore tipico della letteratura sarda. Nel caso delle altre minoranze si tratta di un lettore colto appartenente alla minoranza, mentre nel nostro caso gli autori sardi si rivolgono in lingua italiana al lettore non sardo. I nostri libri parlano molto della Sardegna come luogo dell’Altro, dell’Esotico, del Tipico. Questa dinamica è assente nelle altre letterature, ma è tipica delle colonie e delle ex-colonie. Come diceva Jack Goody, il grande antropologo del rapporto oralità/scrittura, l’Altro – per noi occidentali “studiati” – è chi non scrive, colui che ha solo una cultura orale. Quindi noi stessi, i Sardi, ci trattiamo da Altri a noi stessi, e la nostra lingua viene fatalmente destinata alla sola oralità. Il lettore a cui si rivolgono gli scrittori in lingua sarda non è molto diverso, ma è sardo. Nostalgico dalla sue radici, ossessionato da un’identità introvabile, antimoderno, convinto che l’autenticità risieda solo nel luogo tipico del romanzo sardo, la Bidda. Nei casi delle altre minoranze, il lettore si è configurato in modo diverso. Esemplare è il caso del lettore sloveno. La Bibbia è stata tradotta in sloveno nel 1584, in sardo nel 2003, e Bibbia significa storicamente stampa, protestantesimo, alfabetizzazione, abitudine familiare alla lettura. Tardivamente, lo sloveno, comparabile al sardo per numero di parlanti, si è standardizzato ed è utilizzato per ogni tipo di comunicazione e scrittura. Il sardo, al contrario, si è dialettizzato (anche oggi assistiamo alla polarizzazione campidanese/logudorese con poche basi scientifiche ma molte funzional-distruttive) ed è accostato alle memoria contadine e pastorali, a pratiche di memoria e di museificazione. Il lettore di Pahor non è un lettore di libri che parlano dell’identità o della tipicità slovena, ma è un lettore “in sloveno”, interessato a qualsiasi tematica. Il lettore sardo, sia che legga in sardo o in italiano, alla fine, fra “Acabadoras” e “Losas de Osana”, sempre lì torna, a sa bidda. Anzi, a su bìddiu.

Il secondo dato riguarda la diversità fra gli scrittori sardi in italiano e quelli in sardo, che emerge soprattutto dall’intervista a Flavio Sòriga e da tutto il capitolo sul “caso sardo”. Lo scrittore racconta della sua esperienza come quella di un’esperienza professionalizzata. Lo scrittore in lingua italiana su temi sardi appare un prodotto di un dispositivo, insieme culturale e industriale, di cui è un’articolazione. Il dispositivo produce testi per gli appassionati di esotismo. L’autore tratta come Altro da sé il tessuto storico-sociale che lo ha prodotto, dal quale vorrebbe perfino “dimettersi”, come scrive Sòriga. Per me rimane positivo che un mestiere così si sviluppi, nonostante sia complice della negazione della nostra diversità. Diffonde abilità, cultura organizzativa, condivisione. Lo scrittore in lingua sarda è invece, sociologicamente, fermo all’Ottocento. Mira a scrivere “il libro” della sua vita, non fa della sua attività un mestiere, neanche precario. Vuole testimoniare identità, anche personale. Non perché carente di qualità personali, ma perché non esiste un dispositivo della letteratura sarda al quale possa agganciarsi. Non esiste lettore moderno, non esistono editori, non esistono giornalisti che recensiscano, eccetera. Anzi, esistono, coraggiosi pure, ma pochi e dispersi con di fronte le Invencibles Armadas della letteratura italiana.

La sola letteratura esistente in Sardegna è infatti quella in lingua italiana, perché dei libri in sardo non si parla, non circolano, non vengono recensiti e non sono neanche splatter. Sono documenti quasi personali, non hanno una densità sociale come quelli in italiano. In gran parte questo è dovuto alla condizione di dominio della Sardegna, ma anche alla carenza di cultura e di pratica organizzativa del movimento sardofonista, che investe molto in proclami e poco in organizzazione.