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INVIDIA E CONFORMISMO

11 Dicembre 2011

Apparso su Sardegna 24 del 10 dicembre 2011 con il titolo “Ma è un vizio planetario”

 

Come le mezze stagioni che non ci sono più, così l’invidia viene associata a un preteso “carattere dei sardi” anche nell’occasione del trasferimento a Rovereto della ex direttrice del MAN (cui faccio i miei auguri).
Diceva Dio attraverso Mosé: non desiderare la roba e la donna d’altri (comandamento poi sdoppiato nel cattolicesimo per poter eliminare dalla lista quello che proibisce di costruire simulacri da venerare): e infatti niente è più diffuso dell’invidia, e tutte le culture e tutte le religioni la condannano. L’invidia, ci insegnano i classici, è un sentimento che disciplina, razionalizza, organizza l’opposizione alla disuguaglianza nelle società egualitarie. Essa è presente ovunque. Molti studi sono stati fatti in Russia, in Giappone, delle società aborigene australiane, e perfino nel Midwest canadese e statunitense.
Illuderci che l’invidia sia un elemento del carattere sardo significa attribuire alla sardità anche il fatto di avere due mani, o la calvizie. Sono tratti eminentemente umani, che in Sardegna esistono, come altrove, ma certo in forme proprie. Per tornare a Mosé, a me questa eccessiva lettura dell’invidia come tratto della sardità mi ricorda la costruzione degli idoli con mano umana, e la loro venerazione. Mi ricorda gli dei falsi e bugiardi.
Ciò che invece a me colpisce è la reazione a quello che in Sardegna si chiama invidia. Cioè il fatto che, qualsiasi critica si riceva, o che si sospetti circoli, essa si attribuisca all’invidia. Più che l’invidia, è il terrore di essere invidiati che mi sembra inquietante. Essa sorge dalla paura di assumere in pubblico atteggiamenti, linguaggi, modi di essere che possano essere criticati, forse per invidia, ma che in ogni caso ci fanno indicare dagli altri come “non conformi”. Anche questo atteggiamento ha le sue ragioni, dovute più che alla sardità ai trascorsi controriformistici, alla presenza dell’Inquisizione e alla paura che ci è rimasta addosso dalle gradi repressioni ricevute in quella fase durata centocinquant’anni, poi (in Sardegna), dalla repressione dei moti angioyani (di cui si calcolano 3.000 morti), e dal più recente fascismo (che non ha ucciso però ha introdotto una microfisica del controllo e del conformismo che pesa ancora oggi). Il coraggio di affrontare a viso aperto, con le proprie idee, le proprie ricchezze, il proprio successo e la propria vera faccia le relazioni con gli altri è tipico delle società democratiche di lunga data, che non a caso si sono inventate meccanismi di compenso della disuguaglianza. E’ un aspetto della democrazia che in Italia e in Sardegna, luoghi in cui la democrazia è debole e recente, faticano a imporsi, così come fatica a imporsi l’accettazione delle diversità. Il problema non è l’invidia, ma la paura dei privilegiati o di chi ha atteggiamenti considerati diversi o minoritari di non avere nessuna vergogna, di proporsi per quello che si è, di non ricercare conformisticamente l’approvazione degli altri ad ogni costo.
Esistono anche per queste situazioni delle risorse di tatto e di <CF2>savoir faire</CF> inventate altrove. Ad esempio, quando si riceve una critica, si risponde spesso, in altre culture, ringraziando per l’osservazione e rispondendo nel merito. Si tratta di meccanismi che disinnescano il veleno delle invidie e delle critiche, riportandole per terra. Cioè si reagisce all’invidia con la trasparenza e l’apertura. Però è ipocrita vivere in una società diseguale e sperare che chi ha meno sia pure contento. E’ veramente parte di quell’orrendo meccanismo che gli americani chiamano, sempre loro, blaming the victim, dare le colpe alle vittime. Sproloquiare contro l’invidia mi sembra un brutto segno di conformismo delle nostre élite privilegiate.

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