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Letterature tagliate d’Italia

Anna Bogaro
“Letterature nascoste”. Prefazione di Tullio De Mauro
Carocci: Roma 2010, € 21,70, pp. 214

“Necropoli” di Boris Pahor, uno dei libri più importanti sui lager nazisti, ha avuto tanti lettori. Quando nel 2008 uscì da Fazi e i giornali ne parlarono, mi resi conto che si trattava di un libro che avevo già letto negli anni ’90. In francese però. E il libro era stato scritto nel 1967! In sloveno.
Il libro è stato scritto da un triestino, cittadino italiano, laureato a Padova, che ha fatto la guerra di Libia, è stato deportato nei lager, si è opposto a Tito (denunciando le foibe che, contrariamente a quel che si sproloquia, hanno toccato al 90% sloveni e croati e al 10% italiani, ma tutti non comunisti). Feltrinelli respinse il manoscritto, e per quarant’anni sparì dalle lettere italiche. Pahor, insignito di molti riconoscimenti internazionali, candidato al Nobel per la letteratura, è stato infine invitato alla Televisione italiana solo nel 2008 da Fabio Fazi, a 90 anni.

La felice espressione “monolinguismo isterico”, a proposito del rapporto dell’Italia con le lingue minoritarie (ma anche con le lingue straniere e con molto di ciò che è nuovo e straniero), coniata dal linguista iglesiente dell’Università di Amsterdam, Roberto Bolognesi, mi sembra perfetta per la vicenda di Pahor. La negazione per la lingua sarda, la sua dialettizzazione, praticata dalle nostre istituzioni politiche e accademiche, mi sembra sia da leggere in chiave italiana più che locale.
Non sappiamo se esista una differenza di essenza fra lingua e dialetto, però sappiamo che la costruzione dell’Italia ha incluso la negazione e lo sradicamento di qualsiasi altra lingua e letteratura al di fuori di quelle italiane: una pratica politica molto performante, sino a oggi.
Il libro di Anna Bògaro ci mostra questo dispositivo di esclusione e negazione della diversità letteraria in Italia in atto ovunque, dalle vallate occitane a quelle ladine, da Trieste a Sassari, dalla Barbagia alle comunità italo-albanesi e grecaniche del Mezzogiorno, dal catalano di Alghero al friulano (lingua in cui hanno scritto anche Pier Paolo Pasolini e Carlo Sgorlon): un elemento unitario rispetto alla diversità delle esperienze letterarie, che Bògaro ripercorre con perizia, seguendo i due cammini, l’analisi della politica linguistica dello Stato, e l’analisi della diversità delle esperienze letterarie minoritarie.

Il libro ha il grande pregio di farci riflettere in chiave comparativa sull’esperienza letteraria in lingua sarda e nella lingua dominante. Molto diversa dalle altre minoranze.
Il primo dato riguarda il lettore tipico della letteratura sarda. Nel caso delle altre minoranze si tratta di un lettore colto appartenente alla minoranza, mentre nel nostro caso gli autori sardi si rivolgono in lingua italiana al lettore non sardo. I nostri libri parlano molto della Sardegna come luogo dell’Altro, dell’Esotico, del Tipico. Questa dinamica è assente nelle altre letterature, ma è tipica delle colonie e delle ex-colonie. Come diceva Jack Goody, il grande antropologo del rapporto oralità/scrittura, l’Altro – per noi occidentali “studiati” – è chi non scrive, colui che ha solo una cultura orale. Quindi noi stessi, i Sardi, ci trattiamo da Altri a noi stessi, e la nostra lingua viene fatalmente destinata alla sola oralità. Il lettore a cui si rivolgono gli scrittori in lingua sarda non è molto diverso, ma è sardo. Nostalgico dalla sue radici, ossessionato da un’identità introvabile, antimoderno, convinto che l’autenticità risieda solo nel luogo tipico del romanzo sardo, la Bidda. Nei casi delle altre minoranze, il lettore si è configurato in modo diverso. Esemplare è il caso del lettore sloveno. La Bibbia è stata tradotta in sloveno nel 1584, in sardo nel 2003, e Bibbia significa storicamente stampa, protestantesimo, alfabetizzazione, abitudine familiare alla lettura. Tardivamente, lo sloveno, comparabile al sardo per numero di parlanti, si è standardizzato ed è utilizzato per ogni tipo di comunicazione e scrittura. Il sardo, al contrario, si è dialettizzato (anche oggi assistiamo alla polarizzazione campidanese/logudorese con poche basi scientifiche ma molte funzional-distruttive) ed è accostato alle memoria contadine e pastorali, a pratiche di memoria e di museificazione. Il lettore di Pahor non è un lettore di libri che parlano dell’identità o della tipicità slovena, ma è un lettore “in sloveno”, interessato a qualsiasi tematica. Il lettore sardo, sia che legga in sardo o in italiano, alla fine, fra “Acabadoras” e “Losas de Osana”, sempre lì torna, a sa bidda. Anzi, a su bìddiu.

Il secondo dato riguarda la diversità fra gli scrittori sardi in italiano e quelli in sardo, che emerge soprattutto dall’intervista a Flavio Sòriga e da tutto il capitolo sul “caso sardo”. Lo scrittore racconta della sua esperienza come quella di un’esperienza professionalizzata. Lo scrittore in lingua italiana su temi sardi appare un prodotto di un dispositivo, insieme culturale e industriale, di cui è un’articolazione. Il dispositivo produce testi per gli appassionati di esotismo. L’autore tratta come Altro da sé il tessuto storico-sociale che lo ha prodotto, dal quale vorrebbe perfino “dimettersi”, come scrive Sòriga. Per me rimane positivo che un mestiere così si sviluppi, nonostante sia complice della negazione della nostra diversità. Diffonde abilità, cultura organizzativa, condivisione. Lo scrittore in lingua sarda è invece, sociologicamente, fermo all’Ottocento. Mira a scrivere “il libro” della sua vita, non fa della sua attività un mestiere, neanche precario. Vuole testimoniare identità, anche personale. Non perché carente di qualità personali, ma perché non esiste un dispositivo della letteratura sarda al quale possa agganciarsi. Non esiste lettore moderno, non esistono editori, non esistono giornalisti che recensiscano, eccetera. Anzi, esistono, coraggiosi pure, ma pochi e dispersi con di fronte le Invencibles Armadas della letteratura italiana.

La sola letteratura esistente in Sardegna è infatti quella in lingua italiana, perché dei libri in sardo non si parla, non circolano, non vengono recensiti e non sono neanche splatter. Sono documenti quasi personali, non hanno una densità sociale come quelli in italiano. In gran parte questo è dovuto alla condizione di dominio della Sardegna, ma anche alla carenza di cultura e di pratica organizzativa del movimento sardofonista, che investe molto in proclami e poco in organizzazione.