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“Habemus papam”, un film da vedere

L’ho visto ieri: il film era fatto benissimo anche se il finale forse non era molto riuscito. C’erano piani d’analisi diversi, che però riguardano tutti il soggetto non più unitario (o forse mai stato unitario). La critica del novecentismo psicanalitico era potente, in quanto toccava proprio il presupporre l’esistenza dell’unitarietà dell’Io (non diversamente dall’idea di “anima”). Il neo-Papa è costretto a un solo ruolo, e lui lo sente immediatamente come una costrizione, e guarda con nostalgia la strada e la molteplicità finalmente libera delle società contemporanee con grande nostalgia e simpatia. C’era poi il soggetto del potere, obbligato alla rappresentazione del carattere esemplare del potere stesso, posizione che oggi risulta particolarmente oppressiva (e qui Moretti è stato geniale nell’usare il conclave e la sottolineatura della reclusione per mostrare quanto il potere sia costrittivo per chi lo rappresenta). C’era infine quella magnifica battuta sul cardinale che, dengosu, non voleva giocare di squadra e all’interno di relazioni complicate ma si incaponiva a voler giocare “a palla prigioniera”. Un gioco, come quelli che amano i nostri potenti, chiesa e ogni altro tipo di establishment italiota uniti nella lotta, “che non esiste più da cinquant’anni”. Una battuta che, come spesso accade nei film di Moretti, vale il film.