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TUTTI I NOSTRI POGROM

15 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Pubblicato su Sardegna 24 del 15 dicembre 2011

Il pogrom di Torino e la strage di senegalesi a Firenze sono fatti che smentiscono il luogo comune “Italiani brava gente”. Italiani, invece, gente cattivissima. Nelle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità in pochi hanno rifatto i conti con i lati oscuri della nostra costruzione nazionale. E ricordato alcune cose scomode. Il nostro Stato nasce in disprezzo alla diversità, e in un delirio identitario. Da subito, adotta una legge sulla cittadinanza che impedisce a chiunque non abbia sangue paterno italiano nelle vene di diventare italiano. Su questa base, sviluppa una retorica maschia e misogina, in cui le donne sono madri, il maschio combattente, e il suo corpo sacro. In nessun altro paese esiste un culto dei cadaveri dei soldati così esteso. Nelle colonie, adotta un regime di Apartheid, e non esita a massacrare le popolazioni native e a sradicarle dalle loro culture. In Italia, si oppone al riconoscimento dei gruppi linguistici alloglotti, compresi i Sardi, sino a arrivare al pogrom di Trieste del 13 luglio 1920, in cui il centro culturale sloveno venne attaccato dalle squadracce fasciste e i suoi occupanti scaraventati giù dalle finestre, e uccisi.
Solo in Italia è stato possibile il lombrosismo, una teoria criminologica che associava le forme craniche alle tendenze “delinquenti”, nel plauso generale. La teoria morì, ma non la passione per stigmatizzare minoranze, diversi e poveri, che rimane uno dei principali mali di questa costruzione nazionale artificiale. Un allievo di Lombroso, Alfredo Niceforo, pubblicò nel 1897 un libro dal titolo La delinquenza in Sardegna. Quelle ricerche individuavano un’intera popolazione, fra la Barbagia e le montagne sulcitane, predisposta “naturalmente” alla devianza per ragioni di misure craniche, definite una “razza delinquente”, “maledetta” e “non-ariana”, “negroide” (l’autore, morto nel 1953, diventò anche presidente dell’Istat). Nel plauso dei “progressisti” di allora, fra cui Grazia Deledda (come messo in evidenza in Grazia Deledda’s Dance of Modernity della Heyer-Caput), già allora alla ricerca di presunti “limiti strutturali” o “caratteriali” dei Sardi da estirpare, e di fondamenti scientifici o presunti tali per i loro pregiudizi antipopolari.
E’ la base della retorica della “modernizzazione” e dello “sviluppo” novecentista, che fa figli e figliastri. Sandra Harding, la storica losangelina degli studi postcoloniali, nel suo Science from Below, nota che la modernizzazione nelle aree sviluppate è temporale, evolutiva, o si riferisce all’emergere di istituzioni sociali differenziate, della secolarizzazione, della separazione fra le sfere pubblica e privata. Non si oppone al vecchio ma lo vuole migliorare. Invece, per quanto riguarda il c.d. Terzo Mondo, o aree come la Sardegna, ia modernità è intesa come modernizzazione di società “sottosviluppate”, e intende cambiarne l’essenza, sradicarle, a iniziare da uno stato di negazione del loro valore. Ovvero, ha natura ontologica e non è tanto contrapposta al premoderno quanto al tradizionale.
Il disprezzo per l’espressione di una propria diversità o originalità è un solido fondamento su cui sorge l’odio per lo straniero. Theodor Adorno, il grande sociologo e filosofo sociale tedesco, sintetizzò genialmente questo processo malefico, quando scrisse che, tale è lo sforzo fatto dai piccolo borghesi per adottare lo stile di vita dei ceti privilegiati, da generare un odio totale per gli atteggiamenti non conformi o per ogni diversità rispetto al perbenismo. Iniziare ad accettare le proprie diversità, in un Paese così complesso come il nostro, può essere una buona scuola per accettare anche lo straniero, e il migrante, perché mette in crisi fin dalla radice il conformismo.
In Italia, questo sentimento è invece così radicato che il ventennio berlusconiano non ha fatto altro che rafforzarlo, alimentandosene a sua volta, senza apportare molto di nuovo. Il razzismo è stato praticato in modo legale non solo durante il fascismo, ma anche nella precedente epoca “liberale”, e risale ai primi atti della costruzione nazionale artificiale. Da questo humus profondo arrivano atti mostruosi di violenza verso gli stranieri e i diversi, come quelli di Torino e di Firenze. Dal mai porsi il problema di accettare la diversità, di diventare un paese in cui l’accettazione, il rispetto e i diritti delle minoranze entrino nelle pratiche correnti.
Viene da dire, con Corrado Guzzanti: abbiamo avuto fascismo, berlusconismo, e tante altre vie italiane a non si capisce che cosa. E se provassimo con la democrazia normale?