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Post Taggati ‘Voti di lista’

Totu càmbiat

  • Massi su SìndiguImprevista caduta del berlusconismo. Qualcuno avvisi politologi e sondaggisti, please. Il tonfo del sistema di potere berlusconiano non poteva essere più imponente: nelle dimensioni, nell’atmosfera di liberazione che ha generato in noi e di scoramento in loro, nelle posizioni di potere che ha fatto svanire (si pensi al Comune di Milano e al suo ruolo di collettore di fondi per quel sistema rappresentato dalla faccenda dell’Expo) e che la sinistra si è trovata inaspettatamente fra le mani, spesso impreparata. Quello che è stato valutato poco è il fatto che nessuno abbia previsto l’evento, e chi ora dice di averlo previsto, semplicemente millanta. Il giornalismo, gli opinionisti, i soloni vari, i politologi, gli editorialisti, gli istituti di sondaggi hanno manifestato quello che valgono. Non è un caso che le scienze sociali italiane non siano tradotte in altre lingue. Il loro valore purtroppo è ZERO SPACCATO, il loro orizzonte la tautologia, le loro fonti, nella migliore delle ipotesi, i dati ISTAT costruiti per amministrare, non certo per conoscere, e peraltro maneggiati in modo pedestre. Se, invece che vendersi/svendersi al tg di turno o ad altri committenti si mettessero a studiare la società sul serio (magari uscendo ogni tanto dall’Italia), con creatività e impegno, forse sarebbero in grado di parlare senza imbottirci di false certezze, ma ponendo domande sensate sulla vita sociale e politica.
  • Frantumata l’ipotesi del terzo polo. Un altro aspetto imbarazzante e non abbastanza apprezzato nei commenti è stata la seconda sconfitta di Fini e del Partito gattopardista detto “Terzo polo”, che tanto piace al castosaurame vario e alle marionette dell’estabishment, da Montezemolo alla Marcegaglia, che ha fatto i titoli dei quotidiani italiani per mesi, senza che a questo agitarsi corrispondesse poi qualcosa di sostanziale. Il bipolarismo ha retto e anzi, attraverso il radicamento delle primarie nelle aspettative comuni e al suo successo nel portare alla vittoria la sinistra, si è ulteriormente rafforzato tanto da cominciare ad apparire una cosa normale su cui non discutere più. A mio parere questo non vuol dire tanto che Fini abbia sbagliato, quanto che i processi sono altri, rispetto alla semplice proposta politica, e che occorra sempre curarne l’articolazione. Bisogna uscire dal palazzo e mettersi in discussione. Sicuramente vuol dire che i media non riescono più a fare l’agenda politica dei cittadini, che hanno ripreso un ruolo più attivo come non si vedeva da anni.
  • La svalutazione di Massimo Zedda e le crisi dell’assertismo novecentesco de is bècius. Mai dal 1795-96. Ho già scritto su Massimo Zedda e anche sul mio personale cambiamento di opinione su di lui (Il corpo di Massi). Nel giudizio di sufficienza che circolava intorno alla sua candidatura, soprattutto prima delle primarie, si esprimeva il pregiudizio della cultura politica tradizionale verso non tanto chi le è estraneo per formazione (Zedda è, paradossalmente, molto più incluso nella cultura politica tradizionale di quanto non lo fosse Soru all’inizio), quanto verso chi osa sfidare i percorsi canonici delle carriere che si compiono al suo interno. Qui, Zedda at sciusciau totu, riuscendo a catalizzare un movimento, un’onda militante, che è stato il vero punto di passaggio di questo processo (su cui tornerò). Non ha inteso cacciare i castosauri, ma li ha nei fatti messi ai margini incastonandoli in un nuovo allineamento meno governabile da loro. Zedda ha assemblato i castosauri e i giovani di SEL, i dissidenti di area PD e i nuovi giovani dirigenti, originariamente nominati in quota ai capi-bastone. Le sue capacità politiche si sono rivelate dopo la sua vittoria (inaspettata) alle primarie. Battuto Cabras, Zedda è “sparito” per qualche settimana, sollevando alcune proteste sul suo immobilismo, ma lavorando sotto-traccia per rafforzare la rete di alleati su cui ha fondato la sua vittoria, in questo analoga a quella di Pisapia a Milano. In una prova di ingegneria politica eterogenea, ha privilegiato la costruzione di cointeressenza fra appartenenti a mondi diversi della politica, ed ha saputo tenerli assieme (come avevo consigliato di fare dopo la nostra sconfitta alle regionali del 2009 sul sito di Sardegna democratica, in due articoli diversi). In questo, ha dato minore importanza alla semplice comunicazione pubblica e alla rappresentazione di se stesso, cosa di cui probabilmente la gente è arcistufa. Anche perché le personalità iconiche e risolvibili in caratteri facilmente individuabili (e altrettanto facilmente stigmatizzabili) sono sempre meno in linea con la pluralità delle identità personali, la fine delle identità legate a un lavoro, ecc. Ha reso abbastanza desueti tutti i piagnistei sulla mancanza di un “nostro” giornale e di “nostri” mezzi di comunicazione.  Anche perché poi ha vinto contro l’Ugnone, senza l’Ugnone, a prescindere dall’Ugnone, nonostante i colpi bassi che ha ricevuto. In questo passaggio politico tutti gli essenzialismi e i meccanicismi degli sciu-totu-deu si sono infranti: dalla certezza che Cagliari o l’Italia siano “di destra” al “ruolo dei media e dell’informazione”, all’importanza della comunicazione e della pubblicità. E’ bastato un movimento, e tante cose sembrano improvvisamente piene di polvere, antigas, come diciamo noi. Il risultato è stato storico. Era dal 1795-1796, dalla sconfitta del movimento angioyano e della Sarda Rivoluzione, che il dominio de ìs de nosu, de is meris e delle deghe o dòighi famìlias (ki “s’ant partidu sa Sardigna”, ricorda l’Innu de su patriotu sardu) non era stato più messo in discussione a Cagliari. E’ vero che c’è stato qualche sindaco di sinistra, però all’interno di inciuci o giunte consorziate in cui i rappresentanti del partito dominante non solo erano presenti, ma dettavano la linea. Insomma i gruppi di potere e gli interessi de is meris nessuno si è mai sognato di toccarli, a Cagliari, magari in nome dell’interesse generale. Cagliari è sempre stato uno strumento perfetto per dominare la Sardegna, un luogo dove è ancora oggi possibile ammirare i palazzi di podatari (gli amministratori locali dei feudi) e magari vedere i loro discendenti sempre ben piazzati nella mediazione con i poteri esterni che si mangiano la Sardegna, in cambio di qualche briciola e dell’ammirazione dei gonzi locali. Strumento perfetto proprio perché i podatari e poi le varie camarille hanno usato parte delle risorse, materiali e simboliche, lucrate nella mediazione con l’esterno per corromperne la plebe, intimidire le competenze, e nobilitare la mediocrità, il familismo e il nepotismo come unico canale di promozione sociale.
  • PD primo partito ma con poche preferenze. Il popolo continua a credere nel PD malgrado i castosauri (anche grazie alla fiducia in Soru?) Per il PD queste elezioni sono state una grande vittoria inaspettata, anche perché tutte le sue anime (per fortuna molte) possono dire, di dritto o di traverso, apu bintu deu puru. Sempre in difficoltà a ritrovare leader riconoscibili al di fuori dei suoi iperritualisti e polverosi giri interni, il PD offre ai cittadini l’unico strumento laico di partecipazione politica, uno strumento che per fortuna non corrisponde a un’identità, per cui ci rende tutti liberi di aderire ad esso per una parte di noi, magari non la stessa per ciascuno di noi. Questa è la forza di questo partito, in Sardegna l’unica forza politica democratica vera, l’unica forza in cui sia possibile sviluppare posizioni diverse, l’unica forza che non corrisponda a una clientela o a una piccola setta, anche se magari può contenerne qualcuna al suo interno. Ma ne rende particolarmente faticosa la gestione e la creazione di consenso al suo esterno. Osservando i dati delle elezioni comunali, a naso da subito ho notato un paio di cose. La prima, e mi sbagliavo solo parzialmente, è stata la sorpresa per il basso risultato di SEL (che alla fine si è stabilizzato sul 7%, un risultato comunque non troppo brillante se si considera un simile successo storico del candidato sindaco espresso dalle proprie fila). La seconda, invece, si è confermata, e riguarda lo scarto fra voti espressi per le liste e voti distribuiti ai singoli candidati, che mi è sembrato un po’ diverso nel caso del PD e in quello degli altri partiti. Così, in una serata in cui avevo tempo, mi sono fatto qualche conticino e, partendo dai dati disponibili sul sito del Comune di Cagliari, ho sviluppato le mie elaborazioni, unicamente legate al rapporto percentuale fra i due valori (in ordine crescente, la percentuale delle preferenze sui voti di lista, che vanno dal 22,3% di Fortza Paris al 96,5% dell’UDS):
Percentuale di voti di preferenza per voti di lista espressi alle elezioni amministrative cagliaritane del 2011

Percentuale di voti di preferenza per voti di lista espressi alle elezioni amministrative cagliaritane del 2011. Mie elaborazioni su dati del Comune di Cagliari

  • E’ chiaro che l’assenza dei voti di preferenza può voler dire cose diverse. Ad esempio (ipotizzo) che la lista abbia poco appeal verso gli elettori attratti dal valore astratto della proposta politica (è il caso del grillismo che appare un fenomeno con una grande testa urlante e piccoli candidati poco identificabili). Oppure che il partito abbia lavorato poco nel mobilitare e nel contattare il proprio elettorato, con cui magari ha poco contatti. Per converso, i partiti che ricevono molte preferenze per i propri candidati possono essere vere e proprie clientele organizzate (mi sembra il caso di tanti partitini e partitoni di centrodestra) oppure che lavorino soprattutto a mobilitare i propri, sviluppando appartenenza, ma senza grande appeal per i cittadini normali, per cui la politica è una cosa fra le tante della vita, e spesso è una cosa secondaria. Il PD si situa nella parte alta della tabella, fra le Liste che hanno attratto molti voti dati al solo Partito, insomma all’idea astratta del partito più che ai suoi candidati in carne e ossa, assieme ad altre liste attrattive di voti astratti, come soprattutto Cinquestelle (il 70% è voto alla sola lista) e Sardigna Natzione (che però ha preso pochissimi voti). Il PD ha raccolto quasi cinquemila voti dati solamente alla lista, il 30% . Questo può voler dire cose diverse, o anche opposte, può voler dire cioè che il Partito (come ho detto) è l’unico strumento democratico e laico disponibile per il cittadino che non ha necessariamente il Che tatuato sul bicipite sinistro, che non si ricorda bene chi fossero Berlinguer né Aldo Moro, ma desidera la fine del berlusconismo e di vivere in un Paese civile. Però può voler dire che la lista del PD non era molto rappresentativa del suo elettorato multiforme. E in effetti stupisce che abbia candidati che prendono meno di 20 voti, e in alcuni casi addirittura uno o due voti solamente, come avviene solamente nelle liste che hanno preso pochi voti. Una dozzina di candidati sono stati scelti male, e la mia speranza è che non siano stati scelti male apposta.
  • L’ondata militante e l’imitazione reciproca. Caratteri della crescita di SEL. SEL ha vinto queste elezioni, anche se non capisco bene chi, all’interno di SEL, le abbia veramente vinte. A mio parere le ha vinte perché intorno a SEL, e grazie al gruppo di militanti della Fabbrica di Nichi, fra cui alcuni provengono dal medesimo gruppo dell’Associazione “Pasolini”, come lo stesso Zedda, altri dall’esperienza dei Volontari per Soru, e altri ancora da nessuna esperienza politica, sono riusciti a lanciare una forma di mobilitazione creativa, coinvolgente, efficace, che ha sparigliato i giochi della campagna elettorale, creato coscienza politica in tanti giovani, e provocato un effetto di apprendimento della politica di massa, rivolto anche a politici di soliti più avvezzi ai giochi di corridoio che ai flash-mob. Hanno inoltre contagiato e provocato effetti imitativi anche oltre i confini di SEL. Per questo hanno vinto, sono loro i protagonisti e meritano di gioire. Ma se hanno ottenuto risultati, posizioni, influenza, e credito verso coloro che hanno spedito in Comune, dall’analisi del rapporto fra preferenze e voti di lista hanno sviluppato meno appeal del PD sul voto non collegato all’appartenenza, e credo che questo aspetto dovrebbe far riflettere chi, fra di loro, mi sembra ancora troppo legato a miti novecenteschi già di per se nefasti nel secolo scorso e del tutto inadatti a rappresentare la vita e le aspirazioni di chi vive nel XXI secolo.
  • Indipendentisti rovinano e nel medesimo giorno trionfano, ma in un referendum.  Le liste in qualche modo riconducibili al sardismo e all’indipendentismo hanno assommato 7536 voti, cioè un mezzo PD, ma incontestabilmente queste elezioni (come quasi tutte) dimostrano l’insussistenza della proposta politica indipendentista e sardista, la loro incapacità di incidere sul gioco politico e la loro stessa immaturità. Pochi seggi, e nessuno per le liste “pure e dure”, nessuna capacità di mobilitazione, nessun dialogo con i cittadini normali e con i movimenti giovanili. Infatti, hanno continuato a volere investire (in modo italianissimo) ognuno nella propria setta o nella propria clientela (esistono anche forme ibride delle due fattispecie) e a rivolgersi ancora ai loro idoli (come la stessa idea superstiziosa che, una volta proclamata la Repùbrica de Sardigna, tutte le relazioni di potere che rendono la Sardegna serva svaniscano come per incanto) e ai vari Deus Bìddiu, diverso per ogni conventicola. E la loro sorte è ancora più paradossale poiché si è sviluppata nello stesso identico giorno in cui l’azione politica indipendentista raggiungeva uno dei successi politici più importanti degli ultimi anni, cioè il plebiscito antinucleare espresso in un referendum consultivo regionale al quale partecipava il 60% del corpo elettorale. Un risultato che non si registrava da più di dieci anni in tutto il territorio dello Stato italiano. A nulla è valsa la curatissima campagna elettorale, forse la più bella di tutte, che pare sia stata curata da Gavino Sanna, a dimostrazione della crisi della cultura della pubblicità e di tutto il tradizionale agitprop, che ormai sa di polvere e di stantio insieme a tante altre cose novecentesche, compreso il partitino, la militanza e l’identità esclusiva. A me dispiace molto, perché gli indipendentisti sono gli unici portatori di idee nuove, belle e utili per tutti noi che ci siano in Sardegna. Ritengo che l’unità con le forze non clientelari e non troppo sputtanate (come il Psda) sia un obiettivo strategico per la sinistra, che ha nei loro confronti un’insopportabile e ingiustificabile spocchia. Peccato che siano così narcisisti e così poco generosi e disponibili a mischiarsi a tutti i livelli per assalire il vero problema della Sardegna, che non è l’iconica indipendenza, ma la concretissima dipendenza. Uniti, potremmo veramente rendere la Sardegna un posto in cui l’autogoverno è possibile, e in cui anche il loro progetto indipendentista potrebbe trovare un terreno solido su cui crescere.